martedì 31 dicembre 2013

La moda del Champion coach

Stefan Edberg e Roger Federer
Coach o marketing? Dopo i ritorni nel circuito ATP di Lendl, Bruguera e Chang, è arrivato il momento di Edberg al fianco di Federer e Becker con Djokovic.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

I grandi del passato al fianco dei grandi del presente. Scelta professionale ponderata o mero marketing d’immagine? La stagione 2014 è iniziata con i fuochi d’artificio dei nuovi allenatori. Dopo il ritorno di Ivan Lendl nel mondo del tennis a inizio 2012 come allenatore dello scorzzese Andy Murray, nel giro di pochi mesi il circuito ATP ha visto risorgere altri grandissimi della racchetta passando dagli applausi del Champions Tour ai riflettori del Circuito ATP vero e proprio.

A dare il via a questo trend nel 2013 è stata la russa Maria Sharapova che assume la leggenda Jimmy Connors. La loro collaborazione però dura il tempo di una partita, o meglio una sconfitta a Cincinnati. Masha perde, by bye Jimbo.

L’autunno porta consiglio e il francese Richard Gasquet (n. 9 del mondo) fa la sua mossa, assoldando il due volte vincitore del Roland Garros, lo spagnolo Sergi Bruguera. Passano pochissime settimane ed ecco un nuovo grande nome. Il cino-americano Michael Chang, il più giovane vincitore della Coppa dei Moschettieri conquistata nel 1989 all’età di 17 anni e 3 mesi, diventa il mental coach del giapponese Kei Nishikori (n. 17 ATP).

Ma queste non sono che briciole se si considera quello che succederà di lì a poco. A ridosso del natale la prima bomba: al team del numero 2 del mondo Novak Djokovic si aggrega il tre volte vincitore di Wimbledon, il tedesco Boris Becker. Tempo pochi giorni e arriva la seconda notizia da capogiro. A fianco del campionissimo svizzero Roger Federer ci sarà anche lo svedese Stefan Edberg, ex-numero 1 del mondo.

Lendl, Edberg e Becker si sono contesi la corona del tennis mondiale nella seconda metà degli anni Ottanta fino ai primissimi Novanta, dopodiché iniziò il predominio yankee dei vari Courier, Agassi e Sampras.

L’ex-Ivan il terribile è un allenatore a tempo pieno. Ha cominciato ad allenare Andy quando lo scozzese era ancora materia modificabile. Campione si, ma mai vincente nei tornei decisivi. Sotto la sua guida Murray ha conquistato US Open, Olimpiadi di Londra e Wimbledon. Al tennista di Sua Maestà mancava qualcosa soprattutto dal punto di vista mentale. Lendl gliel’ha dato. Sarà così anche per le coppie Nole-Boris e Roger-Stefan? Dubito.

Federer ha 32 anni. Ha conquistato 77 titoli di cui 17 prove del Grande Slam suddivise in 4 Australian Open, 1 Roland Garros, 7 Wimbledon e 5 US Open. È uno dei rarissimi giocatori capaci di colpire (bene, molto bene) in ogni parte del campo, rete inclusa. Che cosa dunque potrà offrirgli Stefan?

Poco o niente. Lo svizzero è alle ultime cartucce di una carriera straordinaria. Ha espresso un tennis elegante erede di un’altra epoca ormai estinta. I suoi attuali antagonisti (Djokovic e Nadal su tutti) non hanno minimamente la sua classe. È anche un gentleman del campo. Negli ultimi dieci anni si è aggiudicato nove volte lo “Stefan Edberg Sportsmanship Award”, il premio per la lealtà sportiva intitolato proprio al tennista svedese, ultimo grande interprete del serve & volley.

E il Djoker? Mentalmente e da fondocampo Novak ha poco da imparare. Certo, c'è sempre da imparare ma Nole è un tennista bello che fatto, e le qualità di Boris al volo non so quanto possano interessare il sebro visto che il tennis ormai è sempre più potenza e lui ne è un indiscusso alfiere. Un campione di razza come Becker ha sempre da insegnare, ma l'operazione sa più d'immagine che non di fatti concreti.

A questo punto manca solo un grande ritorno, quello dell'iroso John McEnroe. Si facciano avanti i pretendenti. Io voto per il funambolico ucraino Alexandr Dolgopolov. Talento cristallino ma scarsi risultati

il campione tedesco Boris Becker ad Abu Dhabi
Andy Murray sotto la guida di Ivan Lendl

lunedì 30 dicembre 2013

Vika la tartaruga ninja


La numero 2 del mondo Victoria Azarenka ha le idee chiare per il 2014. Essere implacabile come un ninja, e simpatica come una "certa tartaruga". Non esagerare con la pizza. Saluti dal Brisbane International.

venerdì 27 dicembre 2013

Chennai Tennis Open 2014


Non solo Australia e Qatar. A dare il via alla nuova stagione tennistica maschile c’è anche il torneo ATP 250 Aircel Chennai Open (30 dicembre – 5 gennaio).

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

India on hard court.  Nel circuito ATP l’inizio del mese di gennaio fa da sempre apripista alla prima prova del Grande Slam, gli Australian Open. Ai “classici” tornei disputati tra Australia e Nuova Zelanda, nell’ultimo ventennio si sono aggiunti altri due colleghi stanziati a Doha, in Qatar, e a Chennai, in India, nello stato del Tamil Nadu.

La XIX edizione dell’Aircel Chennai Open è pronta a partire. Al cancelletto di partenza, la testa di serie numero uno, lo svizzero Stanislas Wawrinka (n. 8 ATP), già trionfatore qui sul cemento dello SDAT Tennis Stadium di Chennai nel 2011 quando in finale superò il belga Xavier Matisse 76 46 61.

Il tennista elvetico, uno dei pochi a colpire (bene) di rovescio a una mano, è reduce da un’ottima annata chiusa con la semifinale all’ATP World Tour Finals. Alla 02 Arena londinese dopo la sconfitta iniziale contro il numero 1 del mondo, lo spagnolo Rafael Nadal, si è guadagnato il passaggio del turno sconfiggendo prima Ferrer e poi Berdych. Si è quindi arreso al futuro vincitore, il serbo Novak Djokovic.

Seconda e terza testa di serie del Chennai Open, il russo Mikhail Youzhny e l’italiano Fabio Foggnini. Entrambi i tennisti vengono da una stagione positiva avendo conquistato due tornei ciascuno. Il primo sulla terra svizzera di Gstaad e sul cemento di Valencia; il secondo sulla terra battuta tedesca di Stoccarda e Amburgo. Non ci sarà invece il campione uscente, il serbo Janko Tipsarevic, ancora fermo per infortunio.

La prima edizione dell’Aircel Chennai Open si disputò nel 1996 e la vittoria fu interamente svedese. In singolare s’impose Thomas Enqvist, mentre in doppio la coppia formata da Jonas Björkman e Nicklas Kulti.

Nel corso delle 18 edizioni fin qua disputate del torneo indiano, tra i nomi dell’albo d’0ro spiccano quelli degli ex-numero 1 del mondo Rafter e Moya. L’attaccante australiano Patrick Rafter, due volte (97-98) vincitore degli US Open, s’impose al Chennai Open nel 1998. Lo spagnolo Carlos Moya invece, re di Parigi nel 1998, nel biennio 2004-05, entrambe le volte in finale contro il tailandese Paradorn Srichaphan e sempre chiudendo 76 al terzo e decisivo set.

Aircel Chennai Open - Janko Tipsarevic
Fabio Fognini
Aircel Chennai Open - Stanislas Wawrinka

lunedì 23 dicembre 2013

Rafael Nadal alla conquista del Qatar

Lo spagnolo Nadal (a sx) alla conquista del Qatar Open 2014
Alla 22° edizione del Qatar ExxonMobil Open scendono in campo lo spagnolo Rafael Nadal (n. 1 ATP), il connazionale David Ferrer e lo scozzese Andy Murray.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Trovare un torneo di tennis nel cui albo d’oro non vi sia uno dei due leader maximi del circuito ATP, lo spagnolo Rafael Nadal e il serbo Novak Djokovic (divisi solo dai punti ma alla pari nei fatti), è un’impresa davvero ardua. Una delle poche eccezioni è il Qatar ExxonMobil Open dove né l’otto volte campione del Roland Garros né il quattro volte vincitore degli Australian Open hanno mai lasciato il segno.

L’edizione 2014 del torneo disputato nell’Emirato Arabo potrebbe però cambiare questa anomala tradizione. La testa di serie numero 1 del torneo infatti è proprio lui, lo spagnolo Rafael Nadal, che comincerà la stagione 2014 sul cemento outdoor del Khalifa International Tennis and Squash Complex di Doha.

A contendergli il primo titolo stagionale non ci sarà il Djoker né l’eterno rivale Roger Federer, impegnato quest’ultimo sul cemento australiano del Brisbane International. A sfidare lo spagnolo sotto il sole del Qatar ci saranno il connazionale David Ferrer numero 3 del mondo, il trionfatore di Wimbledon 2013, lo scozzese Andy Murray, qui vincitore due volte nel biennio 2009-10 e il campione uscente, il francese Richard Gasquet.

Molto più staccato dai big ma sempre pericoloso, il tennista ucraino Alexandr Dolgopolov, anch’esso nel tabellone principale del Qatar ExxonMobil Open. A ridosso della top ten a inizio 2012, il venticinquenne di Kiev è scivolato in una crisi di risultati senza più alcun acuto e oggi langue in una modesta 57° posizione. Sarà per lui l’anno della svolta? La storia ricomincia dal Qatar.

Una volta disputata la XXII edizione del Qatar ExxonMobil Open, torneo ATP World Tour 250 Series, il grande tennis tornerà nel medesimo impianto per il torneo femminile Qatar Total Open (10-16 febbraio 2014). La bielorussa Victoria Azarenka, dopo i successi nel 2011 e 2012 (rispettivamente in finale contro l’australiana Samantah Stosur e l’americana Serena Williams), è a caccia del tris.

Qatar Total Open, Victoria Azarenka

martedì 17 dicembre 2013

La campagna d’Australia di Roger Federer

il tennista svizzero Roger Federer © Getty Images
Sul cemento indoor del Brisbane International comincia il 2014 dell’ex-numero 1, Roger Federer. Tra le donne riparte subito la sfida Williams vs. Azarenka.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Potrebbe essere la sua ultima stagione. Potrebbe essere la sua ultima grande stagione. Roger Federer comincia la sua campagna d’Australia sul cemento indoor del torneo ATP 250 Brisbane International. Dopo dieci anni di gloria, tornei e prove del Grande Slam conquistate, l’ex-numero 1 del mondo ha vissuto la sua prima stagione low profile. Nel 2013 infatti non è stato capace di raggiungere nemmeno una finale Slam e si è aggiudicato un solo torneo, sull’erba tedesca di Halle.

Il trentaduenne elvetico, oggi numero 6 del mondo, ricomincia dunque dal Brisbane International (29 dicembre 2013 – 5 gennaio 2014) dove sarà la testa di serie n. 1. Un torneo ideale per trovare la forma e presentarsi al massimo all'appuntamento della 102° edizione degli Australian Open (13-26 gennaio), prima prova del Grande Slam che Roger ha già conquistato in quattro occasioni: nel 2004 contro Marat Safin (76 64 62), nel biennio 2006-07 rispettivamente contro il cipriota Marcos Baghdatis (57 75 60 62) e il cileno Fernando González (76 64 64), infine nel 2010 piegò la resistenza del rampante britannico Andy Murray 63 64 76.

E proprio quest’ultimo, due volte (consecutivo) campione uscente del Brisbane Int, non ci sarà ai blocchi di partenza per difendere il titolo. Insieme a Federer invece si presenteranno il francese Gilles Simon (n. 19 ATP), il bulgaro Grigor Dimitrov (21), il francese Gael Monfils (31), il croato Marin Cilic, il giapponese Kei Nishikori, da questa stagione supportato dal mental coach Michael Chang, e l’idolo di casa, l’ex-numero 1 del mondo, l’australiano Lleyton Hewitt (60).

Molto più agguerrito il tabellone femminile di Brisbane che vedrà scendere in campo sei delle prime dieci giocatrici del ranking WTA a cominciare dall’indiscussa numero 1 del mondo, l’americana Serena Williams, vincitrice della passata edizione. Prima avversaria a contenderle il titolo, ovviamente lei. La numero 2, la bielorussa Victoria Azarenka, trionfatrice qui a Brisbane nel 2009

A dar battaglia alle prime due giocatrici del mondo ci saranno anche la russa Maria Sharapova (4), la serba Jelena Jankovic (8), la tedesca Angelique Kerber (9) e la sempre temibile danese Caroline Wozniacki (10).

da sx: L. Hewitt, R. Federer, S. Williams e V. Azarenka
la bielorussa Victoria Azarenka
la russa Maria Sharapova
il Queensland Tennis Centre di Brisbane (Australia)

venerdì 13 dicembre 2013

... e altre TRE finali perse da Chang

Roland Garros 1995, Michael Chang (sx) s'inchina a Thomas Muster
La Gazzetta dello Sport dimentica che l’ex-n.2 del mondo Michael Chang perse contro l'austriaco Thomas Muster anche una finale del Roland Garros.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

L’apoteosi alla sua seconda partecipazione nel 1989, poi nessun'altra affermazione al Roland Garros. Michael Chang subì molte eliminazioni precoci ma disputò anche una seconda finale di cui la Gazzetta della Sport s’è dimenticata nell’articolo Nikishori sceglie Chang come mental coach.

Qualsiasi appassionato di tennis nato entro la fine degli anni Settanta non può non aver visto/vissuto in diretta (o differita) l’epica partita degli Ottavi di finale del Roland Garros ’89 tra il poco conosciuto Michael Chang e l’indiscusso numero 1 del mondo, Ivan Lendl. Fino a quel momento Chang aveva vinto un solo torneo, sul sintetico di San Francisco l’anno prima.

Sotto due set a zero contro il campionissimo cecoslovacco (poi naturalizzato statunitense), il cino-americano rimontò tra crampi, banane e colpi/gesti a effetto. Chang proseguì la sua marcia trionfale a Parigi conquistando la Coppa dei Moschettieri alla giovanissima età di 17 anni e 3 mesi, record a oggi imbattuto.

Di lì in poi avrebbe disputato altre 56 finali, vincendone 32 e nel 1996 avrebbe raggiunto perfino la 2° posizione ATP. Un’impresa che ha del notevole considerato che Michael non aveva né la stazza, né la battuta né la potenza dei vari Courier, Becker, Sampras, Ivanisevic e Agassi.

Ma aldilà delle vittorie o della stessa posizione in classifica, per diventare un immortale nel tennis bisogna vincere una prova del Grande Slam. Tenniste come la serba Jelena Jankovic o la russa Dinara Safina pur essendo state al vertice della classifica WTA non si sono mai imposte in nessuno dei Fab Four.

Chang da questo punto di vista era al sicuro. Il Roland Garros lo aveva vinto, e per di più da perfetto outsider. In questi giorni si è tornati a parlare di lui poiché assunto dall’attuale numero 17 ATP, il giapponese Kei Nishikori, nelle vesti di "mental coach". Scelta più che mai azzeccata.

l'articolo errato
I media hanno ovviamente riportato la notizia. Fra di essi la Gazzetta dello Sport, con un articolo a pag. 39 dell’edizione di giovedì 12 dicembre 2013. Il celebre quotidiano sportivo italiano però ha commesso un macroscopico errore. Nella seconda colonna infatti, riporta: “l’ex-giocatore americano che vanta 176 partite giocate negli Slam (e altre due finali perse, agli Australian Open e agli US Open del 1996)…”.

A Melbourne in effetti Chang s’inchinò al tedesco Boris Becker che lo sconfisse per 62 64 26 62 mentre a New York fu Pete Sampras a negargli una seconda gioia Slam, piegandolo 61 64 76. I dati dunque sembrerebbero corretti se non fosse che Michael Chang disputò una quarta finale in un torneo de Grande Slam. L’anno prima, e sulla terra rossa.

l'articolo errato della Gazzetta
Da quella prima impensabile cavalcata parigina Chang non è più stato capace di ripetersi. Nel 1990 e nel 1991 esce ai Quarti di finale sconfitto rispettivamente da Agassi in quattro set e da Becker in tre. Nel triennio successivo gli va decisamente peggio. Nel ’92 esce al 3° turno per mano dello svedese Niklas Kulti che lo trascina al quinto set superandolo 86.

Testa di serie n. 8, nel ’93 esce addirittura al 2° turno per mano tedesca di Bernd Karbacher che lo rimanda a casa col punteggio di 16 63 64 62. Nel 1994 infine, ancora una prematura uscita (3° turno) dal torneo. Il suo giustiziere questa volta è il peruviano Jaime Yzaga che lo supera 62 63 57 16 75.

E arriviamo al 1995. Chang è la sesta testa di serie. Al 1° turno liquida agevolmente l’italiano Diego Nargiso 63 64 61. Più ostico il 2° turno contro il ceco Daniel Vacek sul quale s’impone in quattro combattuti set: 63 57 64 64. Terzo turno nettamente più agevole. Lo spagnolo Tomás Carbonell racimola appena otto game e Chang s’impone 61 62 75.

Si arriva così agli ottavi di finale dove ad attenderlo c’è un brutto cliente, il tedesco Michael Stich, signore di Wimbledon 1991 ma capace di esprimersi alla grande su ogni superficie, terra rossa inclusa (l’anno successivo sarà finalista proprio qui, a Parigi, sconfitto dal russo Evgenij Kafelnikov).

Stich vince il primo set nettamente 61 ma Chang trova subito le contromosse e per il campione teutonico si fa notte fonda. Un’oscurità con appena cinque flebili bagliori. Chang vince i tre successivi set 60 62 63 e approda ai Quarti dove la pratica è archiviata in velocità: 75 60 61 al rumeno Adrian Voinea.

E ora si fa sul serio. In semifinale c’è un certo Sergi Bruguera (l’attuale allenatore del francese Gasquet), da due anni dominatore del Roland Garros e dunque con un filotto di 19 match consecutivi vinti. Casca male però il tennista spagnolo. Chang vince in tre set 64 76 76. Ad attenderlo in finale trova il temibile terraiolo Thomas Muster.

Nel 1995 il tennista austriaco di Leibnitz ha già vinto cinque tornei sull’amata terra battuta. Ha cominciato a Città del Messico (finale su Meligeni). Ha proseguito in Portogallo e Spagna rispettivamente all’Estoril e a Barcellona vincendo prima contro lo spagnolo Albert Costa e poi superando lo svedese Magnus Larsson. Impone la sua legge anche nei tornei rossi per eccellenza: Montecarlo (rimonta a Becker in finale uno svantaggio di due set a zero) e Roma dove vince al quarto su Bruguera.

Il favorito dunque non può che essere lui, Thomas Muster. Il pronostico viene rispettato. L’austriaco supera Chang nettamente in tre set: 75 62 64. Sarà il suo unico successo in una prova del Grande Slam, esattamente come quello del 1989 per il tennista cino-americano. Ma mentre Muster non disputerà altre finali, Chang altre due. Oltre a questa appena perduta, s’intende.

Guarda tutta la finale del Roland Garros '95 tra Michael Chang e Thomas Muster 

il tennista Michael Chang oggi

mercoledì 11 dicembre 2013

Jimmy Connors, l'eroe di New York

US Open 1991 - Jimmy Connors
Agli US Open '91 the hero Connors raggiunse la semifinale a 39 anni. In quell’epica cavalcata fu capace di ribattere 4 smash consecutivi a Paul Haarhuis.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Chi ha visto non può dimenticare. Il tennista americano Jimmy Connors è stato uno dei grandi immortali della racchetta. Numero 1 del mondo, ha sfidato nei loro periodi d’oro Bjorn Borg e John McEnroe.

Mancino, rovescio bimane, serve & volley, personalità e carisma. Questo in sintesi il tennis di Jimmy Connors.

Detiene il record di tornei ATP vinti, 109, otto dei quali prove del Grande Slam: 1 Australian Open (1974), 2 Wimbledon (1974, 1982) e 5 US Open (1974, ’76, ’78 e 1982-83). Nel suo palmares stazionano fieri anche i successi al Masters (1977, finale contro Borg) e in Coppa Davis, in cui trionfò nel 1981.

Gli mancò solo il Roland Garros. Come lui, altri grandi attaccanti fallirono solo l’appuntamento con la "Coppa dei Moschettieri": i connazionali John McEnroe e Pete Sampras, il tedesco Boris Becker, lo svedese Stefan Edberg e di recente, ha centrato tutti fuorché il Roland Garros anche l’attuale n. 2 del mondo, il serbo Novak Djokovic.

Connors giocò 4 semifinali sulla terra di Francia nei bienni ‘79-80 e ’84-85. Nella prima occasione cedette in 4 set al paraguaiano Victor Pecci (57 46 75 36). L’anno successivo s’inchinò al connazionale Vitas Gerulaitis 16 63 76 26 46.  Nel 1984 e nell’85 perse nettamente in tre set contro i due storici rivali McEnroe (57 16 26) e Ivan Lendl (26 36 16).

Jimmy Connors
Curiosità. Chiamatela la maledizione di Connors. Tutti coloro che sconfissero Jimbo in semifinale al Roland Garros, poi persero la finale.

Gli anni intanto passano e nel 1989 vince gli ultimi due tornei, a Tolosa e Tel Aviv. Poi si avvia verso la fine della carriera. Agli US Open del 1991 si presenta nel tabellone principale grazie a una Wild Card e dall’altra parte della rete al 1° turno c’è il fratello di Mac, Patrick McEnroe. Non c’è storia. Il giovane yankee colpisce e va facilmente 2 set a 0.

Inizia la favola. Connors risorge, lo raggiunge (64 62) e chiude al quinto 64. Il pubblico di Flushing Meadow è in visibilio, ma questo non è che l’inizio della favola.

Sotto i colpi mancini di Jimbo cadono l’olandese Michiel Schapers (62 63 62) e la testa di serie n. 10, il ceco Karel Novacek (61 64 63). Agli ottavi di finale un cliente davvero ostico, il connazionale Aaron Krickstein. La sfida è infinita e Connors è da leggenda. Vince recuperando due set a uno: 36 76 16 63 76.

Ai quarti di finale un altro tennista “orange”, Paul Haarhuis. Il pubblico ovviamente è tutto per il vecchio leone. Sotto di un set e di un break, Connors ha la palla del controbreak. Paul batte potente esterno. Jimbo risponde di diritto. L’olandese attacca col rovescio bimane in lungolinea e l’avversario si difende con un pallonetto a una mano.

Connors esplode...
Haarhuis schiaccia incrociato ma Connors è ancora lì e alza ancora, sempre col rovescio a una mano. Paul guadagna qualche metro rispetto al primo smash ma tira sempre nella stessa posizione e Jimbo si difende come sopra.

A questo punto la palla si sposta. Paul indietreggia e calibra questa volta dalla parte destra. Con una corsa a perdifiato Connors colpisce di diritto. Sempre pallonetto ma più profondo.

Haarhuis allora indietreggia oltre la metà campo e tira un 4° smash molto più soft e sempre a destra. Jimbo è lì, e prova a passarlo con un diritto incrociato. L'olandese si allunga con una volee di rovescio e a quel punto come un rapace Jimmy Connors, in trance agonistica, spara in corsa un imprendibile (e leggendario) passante di rovescio lungolinea.

È l’apoteosi. Il pubblico del “prato splendente” newyorkese esplode. Connors esulta come un assatanato davanti alla platea incitandola e incitando se stesso. Il povero Haarhuis è tramortito. Connors vincerà il match 46 76 64 62, raggiungendo così all’età di 39 anni la semifinale degli US Open.

US Open 1991 - QF - Paul Haarhuis vs. Jimmy Connors

US Open 1991 - Haarhuis tira uno dei quattro smash consecutivi contro Connors
US Open 1991 - Jimmy Connors esplode davanti al pubblico

sabato 7 dicembre 2013

L'Australian Open di Edberg e Cash

Australian Open '87, Edberg vs. Cash
Un tennis d’altri tempi, e non solo perché correva l’anno 1987 e la prova del Grande Slam australiana non si giocava sull’attuale cemento gommoso ma sull’erba (sarebbe stata l’ultima edizione).

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

A contendersi l’ambito trofeo della 75° edizione degli Australian Open furono due fantastici giocatori di volo: lo svedese Stefan Edberg e il beniamino di casa, l’aussie Pat Cash.

Nel cammino verso finale, lo svedese, detentore del titolo e testa di serie n. 4, perse un solo set:

  • 2° turno Stefan Edberg vs. John Letts 36 61 60 62
  • 3° turno Stefan Edberg vs. John Frawley 64 63 61
  • 4° turno Stefan Edberg vs. Robert Seguso 61 60 61 
  • QF Stefan Edberg vs. Miloslav Mecir 61 64 64
  • SF Stefan Edberg vs. Wally Masur 62 64 76
Più tumultuoso il cammino dell’australiano, testa di serie n. 11 e fresco vincitore di Wimbledon. In semifinale sconfisse il numero 1 del mondo Ivan Lendl, battuto anche nella suddetta finale londinese.
  • 2° turno Pat Cash vs. Claudio Pistolesi 75 26 76 62
  • 3° turno Pat Cash vs. Ben Testerman 63 67 61 62
  • 4° turno Pat Cash vs. Paul Annacone 64 61 67 16 62
  • QF Pat Cash vs. Yannick Noah 64 62 26 60
  • SF Pat Cash vs. Ivan Lendl 76 57 76 64

E ora la finalissima tra Stefan Edberg e Pat Cash. Una partita finita al 5° set e durata 3 ore e 39 minuti. Vinti i primi due set (63 64), lo svedese subì la rimonta dell'australiano che s'impose 63 75. Chi avrebbe vinto la quinta e decisiva partita?

Le parole servono a poco. Guardate e godete.

Australian Open 1987 - Pat Cash vs. Stefan Edberg

Australian Open 1987 - Pat Cash vs. Stefan Edberg

Australian Open 1987 - Pat Cash vs. Stefan Edberg

Australian Open 1987 - Pat Cash vs. Stefan Edberg

venerdì 6 dicembre 2013

A lezione di tennis da Paperone

Zio Paperone & il Deposito per gioco © Walt Disney
C’è chi si diverte a giocare a tennis colpendo la palla e chi va oltre, dando una vera lezione. Lui è l’arci-pluri-multi miliardario Paperon de’ Paperoni.

di Luca Ferrari

Vi sarà capitato d'imparare dai maestri riconosciuti dalla FIT (Federazione Italiana Tennis). Vi sarete prodigati di ascoltare i motivatori alla Nick Bollettieri. In pochi però si sarebbero un giorno aspettati di poter assistere a un'autentica lezione di tennis da parte di Paperon de’ Paperoni.

Al 2013 le superfici più gettonate sono cemento, indoor vari, terra battuta ed erba. In questo caso il teatro è un celebre Deposito e le palline non sono esattamente quelle gialle che siete abituati a vedere. Ai comandi meccanici di un formidabile sistema di difesa (di sicuro inventato diaArchimede), c’è l’unico e il solo Paperone.

La Banda Bassotti ha tentato l’ennesimo assalto al Deposito ma gli è andata male, e ora arrivano i dolori. Scaraventati in aria, vengono colpiti da una gigantesca racchetta, il tutto con estremo godimento di De’ Paperoni che ammette felice – ah ah, è divertente giocare a tennis –.

Inizia così la storia Zio Paperone & il Deposito per gioco, pubblicato sul fumetto Topolino del 28 gennaio 2003: testo di Manuela Marinato e disegni di Francesco Guerrini. Rapinatori ribattuti al mittente e tanti saluti. Per fortuna il tennis non è uno sport violento, anzi.

Ma guardando con attenzione il colpo inferto da Paperone ai Bassotti, vi ricorda qualcuno in particolare? Un impeccabile diritto di Ivan Lendl, un elegante rovescio del recordman di prove del Grane Slam, lo svizzero Roger Federer o magari una volee dell’asso australiano Pat Cash (vincitore di Wimbledon nel 1987)?

Zio Paperone & il Deposito per gioco © Walt Disney

sabato 30 novembre 2013

Sergi Bruguera, il nuovo coach di Richard Gasquet

Sergi Bruguera © Roland Garros.com
Riuscirà il bicampione del Roland Garros, lo spagnolo Sergi Bruguera, a portare il francese Richard Gasquet a un successo Slam come ha fatto Lendl con Murray?

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Chi meglio di un ex-campione può far cambiare registro a un atleta affermato ma non vittorioso nei momenti decisivi? Andy Murray continuava a collezionare sconfitte nelle finali Slam. Affidatosi alle cure dell'ex-campione Ivan Lendl, nella sua bacheca oggi si possono ammirare i trofei di Wimbledon, US Open e la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 2012.

Richard Gasquet è uno dei migliori tennisti del cirucuito ATP. Pratica un tennis frizzante e variegato. Attualmente è numero 9 del mondo. In carriera vanta 10 titoli, 3 dei quali conquistati nel 2013: il Qatar ExxonMobil Open (cemento), l'Open Sud de France di Montpellier (cemento indoor) e il Russia Kremlin Cup di Mosca  (cemento indoor).

Richard Gasquet al servizio
Il talentuoso tennista transalpino originario di Béziers ha brillato raramente nelle prove del Grande Slam. All’Australian Open e Roland Garros non è mai andato oltre il 4° turno. A Wimbledon ha centrato la semifinale nel lontano 2007. Infine agli US Open ha raggiunto solo quest’anno la semifinale, fermato dal futuro vincitore Rafael Nadal.

Sergi Bruguera è uno che i piani alti dell’ATP li conosce bene. È stato numero 3 del mondo (nel 1994). Nel biennio 93-94 ha conquistato per due anni consecutivi il Roland Garros, primo dei quali vincendo da sfavorito contro l’allora numero 1 del mondo, l’americano Jim Courier (oggi capitano della nazionale USA di Coppa Davis), in una tiratissima finale terminata 63 in suo favore al quinto set.

La sua specialità? Arrotare, arrotare e arrotare ancora. Uno dei massimi esponenti del diritto in topspin. Ancora a digiuno di tornei ATP nel 1990, il diciannovenne Sergi Bruguera balzò alle cronache quando eliminò al 1° turno del Roland Garros la testa in serie numero 1, lo svedese Stefan Edberg (l’anno prima finalista), imponendosi nettamente 64 62 61.

La sua corsa nel torneo parigino però sarebbe finita nel match successivo, alla cosiddetta "prova del nove". L’esperto giornalista Rino Tommasi era solito chiamare così il match successivo di un outsider, fresco di successo su di un campione, alla sfida con un avversario più modesto ma con gl’inevitabili occhi puntati.

Bruguera trionfa a Parigi
Sergi fallì contro lo svedese Jonas Svensson che gli recuperò uno svantaggio di due set a zero, chiudendo al quinto con un eloquente 60.

L’anno della consacrazione però sarebbe arrivato poco dopo. Nel 1991 conquistò 3 tornei, secondo dei quali il Monte-Carlo Rolex Masters dove in finale superò il 3 volte vincitore di Wimbeldon, il tedesco Boris Becker col punteggio di 57 64 76 76.

Si qualificò in 3 occasioni per l’ATP World Tour Finals. Nel 1993 a Francoforte rimediò tre sconfitte su altrettanti match del Gruppo Artur Ashe contro Pete Sampras, Stefan Edberg e Goran Ivanisveic. Il fatto viene correttamente riportato su Wikipedia in lingua inglese e in modo errato nell’analogo italiano, capace però di riportare la posizione di classifica esatta (4°) del girone.


L’anno seguente, sempre nella stessa città tedesca, perse contro Andre Agassi nel Red Group, quindi si aggiudicò le sfide contro Michael Chang e il connazionale Alberto Berasategui (contro il quale aveva già giocato e vinto la finale del Roland Garros nello stesso anno). La sua corsa si fermò in semifinale contro Becker dove perse 76 46 16.

Un’ultima apparizione nel 1997 (ad Hannover) dove rimediò due sconfitte contro Michael Chang e lo svedese Jonas Bjorkman. Non disputò il terzo match previsto contro Yevgeny Kafelnikov, causa infortunio. Al suo posto scese in campo l’inglese Tim Henman. Ritiratosi nel 2002, il tennista spagnolo ha poi giocato nel Champions Senior Tour.

il tennista francese Richard Gasquet
In carriera Sergi Bruguera vinse 14 tornei in singolare e 3 in doppio. Curiosità: il primo dei successi in coppia fu nel 1990 ad Ambrugo al fianco del futuro vincitore di 4 prove del grande Slam (2 Australian Open e 2 Roland Garros), l’americano Jim Courier opposti alla coppia tedesca Udo Riglewski e Michael Stich, re di Wimbledon 1991.

Ce la farà dunque Richard Gasquet a scrivere il proprio nome sull'albo dei vincitori di una prova del Grande Slam? L’ultimo a riuscirci fu Yannick Noah nel 1983, superando in finale lo svedese Mats Wilander. Da allora la bandiera transalpina è arrivato all’appuntamento finale solo in altre cinque occasioni, ma sempre sconfitta e con appena un solo set conquistato:

• 1988 Roland Garros: Henry Leconte vs Mats Wilander (57 26 16)
• 1993 US Open: Cedric Pioline vs Pete Sampras (46 46 36)
• 1997 Wimbledon: Cedric Pioline vs Pete Sampras (46 26 46)
• 2001 Australian Open: Arnaud Clément vs Andre Agassi (46 26 26)
• 2008 Australian Open: Jo-Wilfried Tsonga vs. Novak Djokovic (64 46 36 67)

Buon lavoro Sergi Bruguera. Dacci dentro Gasquet, e che il tennis vittorioso sia con te.

venerdì 22 novembre 2013

Un solo giocatore può fare la differenza

il possente argentino Juan Martin Del Potro
Coppa Davis 2014. Anche se "qualcuno" pensa che un solo giocatore non possa fare la differenza, l'Italia è la favorita contro un'Argentina senza Del Potro.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

L’Italia non cambia mai. Il campanilismo regna incontrastato anche nel tennis. Durante la finale 2013 di Coppa Davis tra Serbia e Repubblica Ceca, in telecronaca diretta sul canale SuperTennis ho udito alcune parole dell’ex-tennista milanese Giorgio Galimberti che proprio non mi sono piaciute.

Tema, la sfida di 1° turno di Coppa Davis 2014 tra Argentina e Italia.

Si disquisiva sull’assenza confermata di Juan Martin Del Potro (n. 5 e ATP e vincitore degli US Open 2009) sulla quale Galimberti ha auspicato che in caso di vittoria azzurra, il successo non debba essere sminuito sottolineando che, vedi quanto accaduto alla Kombank Arena di Belgrado, anche un giocatore fortissimo (Djokovic) non fa la differenza.

È indubbio, la finale di Coppa Davis 2013 ha evidenziato questo. In apparenza almeno. Novak Djokjovic ha vinto entrambi i match per tre set a zero. La squadra è stata penalizzata dall’assenza di Tipsarevic e il doppio messo in campo era a dir poco scarso. Ma a fronte dell’evidente superiorità della coppia ceca, perché non tentare l’inserimento di un giocatore capace in singolare di dominare il circuito ATP?

Novak Djokovic, pare, non abbia voluto giocare il doppio. Altri grandissimi la specialità l’hanno giocata eccome, vedi i sopraffini maestri del volo John McEnroe e Stefan Edberg che rispettivamente in coppia con i connazionali Peter Fleming e Anders Järryd hanno scritto pagine di successi in tornei del Grande Slam e Coppa Davis. Lasciando il segno e dimostrando coi fatti quanto la loro presenza fosse in grado di spostare gli equilibri.

Ma se Mac e Stefan erano spesso supportati da giocatori all’altezza, non si può dire lo stesso del tre volte vincitore di Wimbledon, il tedesco Boris Becker (auguri per il 22 novembre), capace di regalare alla Germania, praticamente da solo, la Coppa Davis nel biennio 1988-89. E questo nonostante i modesti compagni di squadra Carl-Uwe SteebEric Jelen Patrik Kühnen.

In entrambe le suddette annate Germania e Svezia si contesero in finale l’Insalatiera. In tutte e due le occasioni Becker fu l’indiscusso protagonista vincendo ogni match.

Nel 1988 in singolare contro Edberg e in doppio con Jelen contro Edberg/Järryd. Nel 1989 ancora contro Edberg, Wilander e sempre in coppia con Jelen contro Järryd/Gunnarsson. Mi pare dunque abbastanza evidente che si, un giocatore può fare la differenza. Ma senza andare a scomodare le glorie del passato, gli stessi Nadal e Federer si sono messi in più di una occasione a disposizione della squadra giocando anche il doppio.

Non va poi dimenticato il fattore mentale che nel tennis conta anche più dell’aspetto atletico. Trovarsi di fronte uno di questi “mostri” anche solo per le gare di singolare può lasciare il segno prima ancora di colpire una palla nel riscaldamento. Sapere infatti che su tre vittorie che certificano il passaggio del turno, due sono già in cassaforte, psicologicamente è una solida base su cui costruire un successo (o una sconfitta).

Non è ovviamente una legge scritta vedi appunto l’epilogo della Davis 2013 ma escluderlo categoricamente solo per portare acqua al proprio mulino, come ha fatto in modo evidente Galimberti, oltre a essere sbagliato è anche diseducativo.

Oggi come oggi l’Argentina è ben poca cosa senza Del Potro, uno dei rarissimi giocatori nel circuito capace di tenere testa e battere i vari Djokovic, Nadal, Murray e Federer. A prescindere dalla superficie, i vari Carlos Berlocq (n. 41 ATP), Juan Monaco (42), Federico Delbonis (55) od Horacio Zeballos (56) che sia, sono più che alla portata degli Azzurri capitanati da Corrado Barazzutti.

Fabio Fognini (16) e Andreas Seppi (25) hanno le doti per vincere e così evitarsi la graticola dello spareggio per restare nel tabellone principale di Coppa Davis. Ma è indubbio che saranno facilitati dall’assenza di Juan Martin Del Potro.

Le grandi vittorie non sono quelle contro mezzi giocatori da 1-2 tornei in carriera. Sono i trionfi contro i campioni di razza e nelle prove del Grande Slam.

Basta con i provincialismi. Basta con le facili glorificazioni. L’Italia maschile di Barazzutti andrà in Argentina per vincere. Punto e basta. Se ci riuscirà, avrà solo fatto il suo dovere di favorita. Quando incontrerà Nadal e Ferrer nella stessa sessione di Davis e uscirà vincitrice dall’arena, allora si prenderà tutto il meritato trionfo e la gloria.

il serbo Novak Djokovic durante la Coppa Davis
Roger Federer in azione in doppio durante un match di Coppa Davis
Niente Coppa Davis quest'anno per l'argentino Del Potro
Davis Cup Final 1989: Stefan Edberg (il 1° a sx) e Boris Becker al centro tra Wilander e Jelen
Andreas Seppi e Fabio Fognini pronti per la Coppa Davis 2014

lunedì 18 novembre 2013

Coppa Davis 2013, Cechi di gloria

La gioia di Radek Stepanek e il capitano Vladimir Safarink © Paul Zimmer/Srdjan Stevanov

Storico bis della Repubblica Ceca in Coppa Davis. Inutili le due vittorie dell'ATP World Tour Final Champion, Novak Djokovic.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Vincere la Coppa Davis è sempre un’impresa. Conquistarla per due anni consecutivi lo è ancora di più, a maggior ragione se i giocatori in campo non sono esattamente dei Signori Slam.

Nel 2013 dunque, ad alzare in cielo l’insalatiera (come viene scherzosamente chiamato per la sua forma il trofeo del torneo a squadre di tennis maschile) è stata la Repubblica Ceca, che ha superato in finale la Serbia a Belgrado.

Serbia contro Repubblica Ceca. Per le giovani leve sarà la normalità, ma per chi è nato con il Muro di Berlino ancora in piedi, fa di sicuro un certo effetto. Fino a meno di 25 anni fa avremmo parlato di Iugoslavia vs Cecoslovacchia. Oggi invece rivoluzioni e guerre fratricide hanno ridisegnato la geografia europea. 

Come nell’edizione 2012, l’eroe della finale è stato lui, Radek Stepanek (n. 44 ATP). Con il forfait di Janko Tipsarevic il pronostico indicava come favorita la squadra ospite. E così è stato, nonostante il numero due del mondo Novak Djokovic avrebbe poi vinto entrambi i suoi match di singolare contro Stepanek (75 61 64) prima e Tomas Berdych (n. 7 ATP) poi.

In maniera analoga (tre set a zero) si sono comportati i due tennisti cechi contro l’inesperto Dusan Lajovic (n. 117 ATP). Il punto decisivo dunque è venuto dal doppio del sabato. La sfida non ha avuto storia con la collaudata coppia Berdych/Stepanek facilmente vittoriosa (62 64 76) su Ilija Bozoljac e Nenad Zimonjic.

Nell’ultimo giorno della finale di Coppa Davis la Repubblica Ceca si è presentata sul cemento della Kombank Arena di Belgrado in vantaggio 2-1. Berdych poteva giocare più rilassato contro Djokovic. Lo spilungone finalista a Wimbledon 2010 ha retto i primi due set (persi 64 76) prima di mollare il terzo 62.

Sul due pari restava la sfida (squilibrata per esperienza) tra il giovane Lajovic e il veterano Stepanek. L’inizio è da shock. Errori grossolani del ceco e break del serbo. È solo un bagliore paglia. La Serbia ci crede ma la storia andrà diversamente. Radek mette in riga l’acerbo avversario lasciandogli la miseria di cinque game (63 61 61) e conquistando così la Coppa Davis.

Unica nota stonata, il pubblico “calcistico” di Belgrado. Molto poco corretto e capace di fischiare e urlare perfino mentre i tennisti cechi servivano. Nell’ultima giornata sarebbe servita qualche decisa azione da parte dell’arbitro, che al contrario si è limitato a richiamare la bolgia senza prendere alcun provvedimento sanzionatorio.

Belgrado, il tifo serbo della Kombank Arena © Paul Zimmer/Srdjan Stevanov
Novak Djokovic © Paul Zimmer/Srdjan Stevanov
Dusan Lajovic © Paul Zimmer/Srdjan Stevanov
Radek Stepanek © Paul Zimmer/Srdjan Stevanov
La gioia di Radek Stepanek © Paul Zimmer/Srdjan Stevanov
La Repubblica Ceca conquista la Coppa Davis 2013 © Paul Zimmer/Srdjan Stevanov

sabato 16 novembre 2013

Combat Tennis

I migliori colpi del China Open 2013 con sottofondo canzoni di Nirvana, Guns n’ Roses, Metallica, Bruce Springsteen, System of a Down.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Passanti incrociati e assoli di Fender Stratocaster. Risposte vincenti e versi graffianti. Per niente amante dei cambi di campo “musicati”, di tutt’altra opinione sono per i servizi televisivi realizzati con gli highlight dei tornei del circuito senza commento. Con le sole esclamazioni del pubblico, le parole in lingua originale dell’arbitro e di sotto fondo canzoni. Non tutte s’intende.

Questa mattina appena svegliato, zappando per vedere a che ora cominciasse il match di doppio della finale di Coppa Davis tra Serbia e Repubblica Ceca, sul canale SuperTennis mi sono imbattuto in un lungo servizio sul China Open di Bejing.

Che dire, aprire gli occhi con  le bordate del Djoker sotto le rabbiose note di Smells like Teen Spirit dei Nirvana è stata una doccia di pura adrenalina.

E come se ciò non fosse già abbastanza, subito dopo ho potuto assistere agli spettacolari colpi della sfida finita al 3° set tra il numero 1 del mondo Rafael Nadal e l’italiano Fabio Fognini al ritmo di Estranged dei Guns n’ Roses. È stato poi il turno dell’accoppiata Tomas Berdych/Bruce Springsteen quindi la possente No Remorse (Metallica) per la sfida tra il francese Richard Gasquet e lo spagnolo David Ferrer.

Grazie SuperTennis, ancora ancora!

giovedì 14 novembre 2013

Fabio Fazio Not Open Andre Agassi

Andre Agassi a Che tempo che fa
Intervistato da Fabio Fazio alla trasmissione Che tempo che fa, l’ex-numero 1 del mondo di tennis Andre Agassi ha trovato un “avversario” più farinoso della terra battuta bagnata.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotorepporter – web writer


Colpi anticipati. Rapidità di gioco. Riflessi non comuni. Da trionfatore di Wimbledon a una crisi di risultati che lo portarono a scivolare oltre la 100° posizione ATP. Poi il ritorno deciso, la risurrezione e l’ingresso tra i veri immortali del tennis, vincendo e segnando un’epoca di sfide con il connazionale Pete Sampras. Il suo nome è Andre Agassi, nato per stupire.

Open
Con un bottino di 60 tornei di cui 8 prove del Grande Slam, l’ex-punk di Las Vegas dà l’addio al tennis giocato nel 2006 dopo la sconfitta al 3° turno contro il tedesco Benjamin Becker agli US Open. Tre anni dopo esce la sua autobiografia Open, tradotta e pubblicata in italiano nel 2011 da Einaudi.

Del libro ha fatto molto scalpore l’ammissione di uso di metanfetamine e la positività a un test antidoping nel 1997 su cui mentì all’ATP. Il giocatore americano non venne squalificato il che per certi versi non sorprende visto che il tennis non è certo uno sport famoso e ligio per i controlli.

Al sette volte vincitore del Tour de France, il ciclista americano Lance Armstrong, furono annullati tutti gli allori ottenuti nel periodo in cui è stato dichiarato colpevole di uso di sostanza illecite. Ancora peggio è andata alla connazionale velocista Marion Jones che pagò le sue “iniezioni” non solo con la perdita delle medaglie olimpiche ma scontando anche sei mesi di prigione.

Domenica 10 novembre Agassi è tornato sotto i riflettori italiani (Rai) invitato alla trasmissione Che tempo che fa. La conduzione di Fabio Fazio però è stata floscia. Quasi nauseabondo nel modo di vezzeggiare i personaggi in sintonia con le proprie idee o comunque di cui ha stima, più sprezzante e decisamente giornalista scafato con chi viene da altre scuole di pensiero.

L’ultimo caso appunto, Andre Agassi. Sebbene non sorpreso neanche un po' per le ragioni appena spiegate, è stato comunque sgradevole assistere alla totale assenza di domande sulla questione doping. Ha fatto bene il conduttore a soffermarsi sull’impegno del tennista nella creazioni di Centri e Fondazioni ma ha bypassato del tutto la questione più spinosa solo per farlo risplendere.

Sarò nostalgico ma credo che l'esperto Rino Tommasi si sarebbe comportato in modo diverso. 

Fabio Fazio intervista Andre Agassi a Che tempo che fa

martedì 12 novembre 2013

Djokovic e Nadal, una poltrona per due

Londra, ATP World Tour Finals - Novak Djokovic e Rafael Nadal
Il vincitore dell’ATP World Tour Finals è stato uno ma i migliori sono due. Rafael Nadal e Novak Djokovic, dominatori del tennis mondiale 2013.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotorepporter – web writer

Sempre e solo loro. Rafael Nadal e Novak Djokovic, indiscussi dominatori della stagione tennistica 2013. Due vittorie Slam (Roland Garros e US Open) su altrettante finali per lo spagnolo numero 1 del mondo.Un successo (Australian Open) e due finali perse (Wimbledon e US Open) per il serbo. Chi se non loro due potevano arrivare in fondo all’ATP World Tour Finals 2013?

Alla finalissima della O2 Arena di Londra si sono presentati in modo molto simile. Entrambi hanno vinto 4 match su 4, con un leggero vantaggio di Nadal che ha ceduto un solo set nel secondo match disputato contro il ceco Berdych. Tre invece i set lasciati per strada da Nole, uno ciascuno nelle partite del girone eliminatorio contro Del Potro, Federer e Gasquet.

In semifinale poi hanno vinto entrambi in due set contro tennisti elvetici. L'otto volte campione del Roland Garros ha superato l’epico rivale Roger Federer 75 63, mentre il Djoker ha avuto la meglio su Stanislav Wawrinka con un doppio 63.

La finale l’ha vinta per il secondo anno consecutivo Novak Djokovic, spazzando via Rafael Nadal con un perentorio 63 64, mai trionfatore quest'ultimo all'appuntamento di fine anno e anzi, alla seconda finale perduta dopo quella del 2010 contro Roger Federer. Il numero 1 del mondo per la classifica ATP 2013 comunque resta lui.

Con la sola eccezione del campione di Wimbledon, lo scozzese Andy Murray, alla 44° edizione del Masters (Londra, 4-11 novembre 2013) i migliori c’erano tutti.

I migliori già, forse una parola abusata in questo tennis maschile perché se Roger è ormai già il Campione del passato e Andy, a dispetto di due Slam conquistati più svariate finali, non ha ancora quella continuità degl’Immortali, gli unici attuali Migliori sono solo loro due: Rafa e Novak.

Non sarebbe sportivo auspicare un calo di questi incredibili atleti per sperare in qualche novità per il 2014 ma certo è che all’orizzonte, ravvicinato e lontano, non si vedono spara-bolidi o novelli artisti capaci di mettere in discussione la leadership alternante di Rafael Nadal e Novak Djokovic.

Novak Djokovic e Rafael Nadal, i numeri 1 del mondo del tennis maschile.

lunedì 4 novembre 2013

Italia Fed Cup: vittoria si, grande impresa no

Sara Errani e Flavia Pennetta festeggiano la conquista della Fed Cup © Paul Zimmer/Ray Giubilo
Brindare ai successi, si. Esaltarli in modo esasperato, no. Fed Cup inclusa. La finale disputatasi tra l'Italia e le poco più che dilettanti di Russia era al limite del giocabile.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Una vittoria netta (4-0) dell’Italia sulle riserve delle riserve delle riserve delle riserve della Russia nella finale di Fed Cup 2013 val bene la soddisfazione per la conquista del trofeo ma chiamare questo successo “grande impresa” come hanno fatto molti media (evidentemente molto preparate in materia), è a dir poco ridicolo. 

Che la squadra femminile di Fed Cup sia un ottimo gruppo è insindacabile. Che Sara Errani, Roberta Vinci, Flavia Pennetta, Karin Knapp, le altre colleghe e il capitano Corrado Barazzutti meritino la massima considerazione sportiva, è ancor meno discutibile. Ma nella loro bacheca, la conquista della Fed Cup 2013 non può certo essere annoverata come chissà quale trionfo.

Il cammino dell’Italia nella 51° edizione della "Coppa Davis femminile" per nazioni, la Fed Cup, poteva risultare più che proibitivo fin dal 1° turno. Ma invece dei fenomeni e pluri-campionesse Venus e Serena Williams, sulla terra rossa di Rimini le due singolariste Sara Errani e Roberta Vinci hanno affrontato le non certo impossibili Jamie Hampton e Varvara Lepchenko, attualmente n. 28 e 53 della classifica Wta.

Ciò nonostante si è arrivati al 2-2 ed è stato il doppio a decidere l’esito della sfida. In semifinale c’era la Repubblica Ceca, ancora in casa. A Palermo. Errani e Vinci in singolare. Sebbene i nomi fossero più altisonanti, la squadra campione uscente del biennio 2011-12 era palesemente lontana dagli splendori passati. In particolare con la loro prima giocatrice, quella Petra Kvitova regina di Wimbledon 2011, capace di sussulti ma poca sostanza e in evidente calo fisico e psicologico.

Brava l’Italia ad approfittarne ma l’ostacolo non era per nulla insormontabile, anzi. Infine l’epilogo a Cagliari, con la finale disputata contro acerbe dilettanti, la diciottenne Irina Chromacheva, e tenniste di scarso livello: Aleksandra Panova Alisa Kleybanova. Una finale vinta dopo un primo match al limite della follia dove il divario di 100 e più posizioni tra Vinci e Panova sembrava essersi azzerato.

In tutto questo, la telecronaca su Rai Sport 1 è stata palesemente di parte e sarebbe ora che il giornalismo avesse la meglio sul tifo. A giustificare l’inizio spaventoso della numero 14 del mondo poi, il fatto che Alexandra avesse giocato di più sulla terra rossa rispetto a Roberta, dimenticando il fatto che una giocatrice numero 1 del mondo di doppio e alle soglie del top ten in singolare, qual è Roberta, dovrebbe essere in grado di demolire qualsiasi numero 140 del mondo, dolori o non dolori.

Per grinta, statura e visione tattica, Sara Errani ricorda la spagnola Arantxa Sanchez Vicario. A dispetto delle valchirie dell’epoca (Graff, Seles, Navratilova), la minuta tennista catalana riuscì a conquistare 4 prove del Grande Slam. Per le giocatrici come lei oggi la vita è molto più dura. Il fisico impone leggi ferree e Sara Errani è una felice anomalia nel tennis mondiale.

Lei e Roberta Vinci hanno scritto la storia del tennis italiano portando la specialità del doppio a livelli e popolarità che probabilmente non si vedeva dai tempi della coppia Pietrangeli/Sirola.

Ma chiunque conosca il tennis, sa bene che un successo in Davis/Fed Cup non è lontanamente paragonabile a un’affermazione nelle prove del Grande Slam. I campioni la snobbano o addirittura la giocano senza chissà quale impegno, al contrario dei medi giocatori che fanno del torneo a squadre l’apice di una modesta carriera. Non di meno la sportività del tifo tennistico scompare in favore di una bolgia calcistica, nel senso più dispregiativo del termine.

Uno dei casi più emblematici fu la finale di Davis 1991 dove i favoriti Stati Uniti vennero annichiliti dalla Francia. I già affermati Andrè Agassi e Pete Sampras subirono il tifo forsennato del pubblico di Lione che spinse i propri moschettieri Guy Forget ed Henry Leconte a un impensabile trionfo. La storia racconterà poi che i due tennisti transalpini insieme collezionarono appena una finale Slam (Roland Garros 1988 da parte di Leconte), mentre i due yankee rispettivamente s’imposero 7 e 14 volte (quest’ultimo record indiscusso, battuto solo dalle recenti performance di Roger Federer).

Congratulazioni Italia per la 4° Fed Cup. Per le vere grandi imprese però ci rivediamo sui campi che contano contro Williams, Azarenka, Li Na, Sharapova e le altre potenze del tennis mondiale.

Roberta Vinci © Paul Zimmer/Ray Giubilo
Aleksandra Panova © Paul Zimmer/Ray Giubilo
Sara Errani © Paul Zimmer/Ray Giubilo
Irina Chromacheva © Paul Zimmer/Ray Giubilo
Cagliari, il trionfo dell'Italia nella Fed Cup 2013 © Paul Zimmer/Ray Giubilo