martedì 2 dicembre 2014

Simona Halep, la regina del domani

La grinta di Simona Halep al BRD Bucharest Open 2014 © Smile Production
Solida protagonista di un 2014 che l'ha vista arrivare in finale al Roland Garros e alle WTA Finals, Simona Halep ha qualcosa in più delle tante aspiranti regine.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

Sarebbe troppo facile annuire che Serena Williams sia stata la prima protagonista di questo 2014 tennistico. Sarebbe troppo scontato rifarsi la bocca con il bis londinese di Petra Kvitova o il tris parigino di Maria Sharapova. Non basta vincere per diventare l'atleta femminile dell'anno di “Back in Net – il tennis come non lo avete mai letto”. Ci vuole qualcosa di più. Questo qualcosa lo ha dimostrato la rumena Simona Halep.

Ventiduenne a inizio anno, la giovane Simona è lì, a ridosso delle top ten. Già nel circuito da qualche tempo, nel 2013 esplode vincendo cinque tornei e chiudendo la stagione con il successo nel “piccolo Masters” del Tournament of Champions di Sofia. È inevitabile che il 2014 sarà (dovrà essere) l'anno della conferma, o il suo opposto. L'inizio non è dei migliori, due primi turni (Sidney e Parigi) con in mezzo i quarti di finale agli Australian Open dove viene eliminata nettamente dall'arrembante slovacca Dominika Cibulkova.

Il primo successo arriva sul cemento di Doha dove in finale piega la tedesca Kerber 62 63. In semifinale batte la testa di serie n. 2 Agnieszka Radwanska, la quale però si prende la rivincita qualche settimana dopo, sempre in semifinale, a Indian Wells. Inizia la stagione al rosso. Su quattro tornei colleziona due uscite premature e due finali, Madrid e soprattutto il Roland Garros, in entrambi i casi superata sulla linea del traguardo da Maria Sharapova.

La stagione prosegue con la semifinale di Wimbledon (sconfitta dalla canadese Eugenie Bouchard) e la vittoria casalinga a Bucarest, dove in finale demolisce l'italiana Roberta Vinci 61 63. A metà settembre è già certa di partecipare alle WTA Finals di Singapore, il torneo dove esprimerà il  suo migliore e più devastante tennis stagionale.

Nel Round Robin spazzai via la Bouchard (62 63) e umilia Serena Williams (60 62). Nel terzo match, ininfluente per il suo passaggio del turno, cede al terzo ad Ana Ivanovic, di fatto rimettendo in gara la Williams. Non c'è partita nemmeno in semifinale dove strapazza la Radwanska con un doppio 62. La vendetta però è un piatto che va servito gelido. In finale ritrova l'americana numero 1 del mondo che deve lavare l'onta subito, e lo fa con un annichilente 63 60. "Serena è indescrivibile" commenta l'appassionata Amanda Centola, "Non è facile mantenere il fisico al top, ma lei è di un'altra categoria. Alla non più giovanissima età di 33 anni si è riconfermata ai vertici della classifica".

Dinnanzi alle amazzoni moderne Simona Halep è uno “scricciolo” di 168 centimetri, eppure a differenza della collega Sara Errani (più bassa di lei di appena tre) ha una mobilità sul campo incredibile e soprattutto colpisce con notevole potenza proponendosi come un ipotetico ibrido di due grandi campionesse del passato: la piccola ma tenace Arantxa Sanchez-Vicario (vincitrice di 4 prove del Grande Slam) e la potente ex-numero del mondo Monica Seles.

Ha grinta Simona Halep, ne ha da vendere. Oggi, a fine 2014 è numero 3 del modo (lo scorso agosto è stata anche 2). Se si volesse trovare un difetto in questa stagione, le tre sconfitte su tre subite per mano (e racchetta) siberiana Sharapova, tutte al terzo set. Radwanska e Kvitova, ben più navigate della Halep, hanno dimostrato troppa incostanza e non danno l'impressione di poter un giorno ereditare lo scettro per regni duraturi.

Tra i volti nuovi o pseudo tali, aldilà di una finale Slam ciascuna, Bouchard e Cibulkova hanno ancora molto da dimostrare. Grandi exploit si, ma una strada ancora lunga da percorrere. Discorso a parte per l'ex-desaparecida Caroline Wozniacki, finalmente tornata a giocare a tennis. Il futuro però è ancora tutto da scrivere.

Tutte queste giocatrici sono precedute in classifica da Simona, seconda solo alla coppia Serena & Maria. Senza fare troppi calcoli di età o fame di vittorie, la rumena ha davanti a sé la stagione della consacrazione. Dovrà vincere una prova del Grande Slam ed entrare nella vera elitte del tennis mondiale. Aldilà di due soli tornei conquistati e tre finali raggiunte nel 2014, Simona Halep ha dimostrato di non essere più una promessa ma una realtà decisa e pronta a vincere contro chiunque.

WTA Finals 2014, RR - Williams vs. Halep

Simona Halep in azione al Roland Garros © FFT/CS
Simona Halep in azione al BRD Bucharest Open © Smile Production
Simona Halep in allenamento...

venerdì 31 ottobre 2014

Volée, sedotta e abbandonata

Una perfetta volée di rovescio della mancina Martina Navratilova
Dai gloriosi fasti del serve & volley a un tetro presente di colpo della disperazione. Intervista in esclusiva alla grande esclusa del tennis moderno, la volée.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

È stata eseguita dai più grandi campioni della storia. Le sue performance sotto rete hanno disegnato traiettorie creando magnificenza e autentica magia. Racchetta di legno, grafite o fibra di carbonio, faceva poca importanza per chi la sapeva davvero mettere in campo. Quando letale se ne servì McEnroe per spiazzare definitivamente Bjorn nella finale dell’81, per l'erba di Wimbledon fu l'inizio di una nuova monarchia. Lei è la volée, l'eleganza tennistica per eccellenza. La grande esclusa del tennis del terzo millennio.

È stata una lunga e affannosa ricerca ma alla fine Back in Net ce l'ha fatta. L'ha trovata e raggiunta. Presa dimora in un piccolo paesino (di cui non è possibile rivelare le coordinate per ragioni di privacy), si gode il bel tempo che fu. Stiamo parlando della più grande esclusa del tennis moderno, la signora Volée. Una donna dalla charme unico e irresistibile, almeno per pochi. Da un ventennio abbondante ormai, la moda imperante sono i “muscoli a rimbalzo”.

Mi accoglie dolcemente. La sua casa sembra un piccolo museo. Appesi al muro ci sono immortalati tutti i suoi massimi interpreti, nessuno escluso. Da Billy Jean King a Pat Cash. Da Jimbo Connors a Martina Navratilova. Da Rod Laver a Jana Novotna. Dalle coppie (intese come sfide) Borg-McEnroe a Becker/Edberg, fino ai più recenti Rafter, Henman e Federer. Un'inevitabile aria malinconica però permea lo spazio. Non fa tempo a prendere posto che con balzo felino è lei a cominciare la conversazione, chiedendomi sinceramente cosa pensi della sua vita. “Facciamo un patto” replico io, “ora lei risponde alle mie domande e a fine intervista le dirò la mia onesta opinione”.

Sono quasi vent'anni che non si sa (quasi) più nulla di lei, come si sente?
Vorrei poter dire – in gran forma – ma la verità è che giorno dopo giorno mi sento sempre più demoralizzata. Il tennis è sempre più un gioco per Ercole in pantaloncini e gonnella. Quando qualcuno/a si avventura a rete fa la figura del pivello, tanto i giocatori di bassa classifica quanto i campioni. Senza dimenticarsi poi che al posto di tocchi di fino, vengono eseguite quelle che i suoi colleghi hanno ribattezzato “schiaffi” o “sberle” al volo.

Suvvia, ci sarà ancora qualcuno/a che la farà sentire orgogliosa?
Ma certo, e ci sarà sempre ma saranno una piccola minoranza. Sarei ingiusta se dicessi il contrario. Come non si può restare ammaliati dai tocchi di Roger Federer e talvolta anche da Andy Murray? Però c'è un fatto che in pochi considerano. Anche loro potrebbero andare a rete molto più spesso ma non lo fanno perché rischierebbero troppo. Racchette super-leggere, superfici più lente e palle differenti hanno affossato questo sport e mi consenta una battuta, il tennis di oggi assomiglia sempre più a un'aula scolastica d'estate: senza classe.

E di Wimbledon, il suo torneo preferito? Caduto anche lui in disgrazia?
Il tasto più dolente della mia esistenza. Non sarò certo io a dire che giocatori come Nadal, Djokovic o le sorelle Williams non siano campioni, ma vederli trionfare sull'erba inglese facendo un numero esiguo di volée è quasi offensivo. Se Ivan Lendl e Jim Courier giocassero ora, avrebbero anche loro vinto i Championships londinesi invece allora l'erba aveva ancora il potere di bocciare i fondocampisti mentre oggi non è più così. Si riguardi la finale maschile del 2013 tra Murray e Djokovic. Una noia mortale. Un piattume di gioco umiliante per un torneo dove i miei massimi esponenti qui scrissero pagine indimenticabili.

E nel circuito femminile, non c'è proprio nessuno?
Ma le ha viste le Finals di Singapore? Williams, Sharapova, Ivanovic, Kvitova, Halep. Tutte spara-siluri. Si, certo. Ogni tanto viene fuori qualche colpo al volo che suscita cascate di applausi ma sono casi isolatissimi. Roberta Vinci ha un buon tocco ma da sola non può certo riportarmi in auge e ormai è a fine carriera. Ci vorrebbe una generazioni di campioni di volo come furono i gloriosi tempi australiani con i vari Rosewall, Newcombe, Roche, Gerulaitis. Parliamo di un’epopea che non potrà più tornare.

Maschi o femmine che sia, mi sta dicendo che l'hanno proprio dimenticata!
Si faccia un giro su Facebook nella pagina ufficiale della WTA e dell'ATP. Per ciascuno di essi vada nella sezione “photos” e mi dica tra le moltissime immagini di gioco quante volte sono stata immortalata. Oggi non esiste una strategia che contempli l'attacco a rete e le dirò qualcosa di ancor più triste. Nel 95-98 per cento dei casi oggi i tennisti vanno a rete in due sole occasioni: quando il punto è già praticamente chiuso o quando non hanno nulla da perdere avendo accumulato o un vantaggio o uno svantaggio tale da provare la soluzione volée come se non gliene importasse nulla del risultato.

Non di meno, anche quando non ci vorrebbe tanto per valorizzarmi ma è una situazione calda, indietreggiano come dilettanti. Due esempi su tutti. Il più recente riguarda la finale del torneo ATP 500 di Valencia tra Murray e Robredo. All'ennesimo match point in suo favore, lo spagnolo risponde con un missile di dritto incrociato mandando lo scozzese fuori dal campo che si difende con un debole rovescio. Bastava prendere la rete e appoggiare la racchetta sulla palla per chiudere. Cosa fa invece? Prima fa un mezzo passo in avanti, poi come “terrorizzato” dalla sottoscritta, torna indietro e perde l'attimo vincente (così poi come il punto, la partita e il torneo, ndr).

Ancor più indimenticabile l’episodio della finale femminile al Roland Garros '92 tra Steffi Graf e Monica Seles. Chiamata a rete da una palla corta nelle ultime fasi del match (vinto da Monica 10-8 al terzo set, ndr), la tennista di origine slava arriva in affanno rimandando la palla di là come capita. Steffi allora prova un primo passante di dritto a cui Monica replica con un’artigianale e sgangherata volée di rovescio riuscendo però a metterla in campo quasi all'incrocio delle righe. La tedesca, non certo una potenza in fatto di passanti di rovescio, fa quello che può e lascia partire un lungolinea tagliato a cui non ci vorrebbe nulla per replicare al volo e chiudere il punto. Monica però non è di questo avviso, e sta già tornando indietro. Così facendo si fa trovare nella tipica “zona morta” del campo e inevitabilmente perde il punto facendo una figura barbina, il tutto condito (a ragione) da un urletto di disperazione.

Ci sono stati giocatori da cui si sarebbe aspettata di più?
Ivanisevic avrebbe potuto fare sfaceli. Colpiva sotto rete in maniera eccelsa ma per assurdo il suo servizio fu tanto la sua fortuna quanto la propria rovina. In tempi attuali nessuno è come “Alex Dolgopolov. Gli ho visto fare cose pazzesche con quella racchetta in mano, ma non riuscirà mai a imporsi. Se il tennis di volo e tocco potrà ancora dire la sua, è per merito di giocatori come lui ma per fare una rivoluzione servono risultati (vittorie), e lui su questo capitolo è ancora troppo in coda.

Non c'è proprio posto per lei nel presente e nel futuro del tennis?
Ci sarebbe, ci sarebbe. E le faccio anche nomi e cognomi. Fin dal primo successo a Wimbledon (1985) il tedesco Boris Becker venne ribattezzato boom-boom per l'esplosività di colpi e servizio. Eppure Boris aveva un tocco sotto rete non indifferente. La sintesi perfetta di quello che poteva essere il giocatore del domani. Veloce e di classe ma senza rinunciare alla forza bruta. Già Sampras era di un altro livello. Ancor più devastante col servizio e meno dotato di Becker ma anche lui con la sottoscritta ci sapeva fare. Certo, parliamo di due campioni ma chi meglio di loro può dare l’esempio?

Chi le sarebbe piaciuto veder vincere di più?
Nel femminile Gabriela Sabatini, nel maschile Michael Stich. A dispetto di una vittoria Slam ciascuno (US Open 1990 lei e Wimbledon 1991 lui, ndr), hanno raccolto molto poco. Esprimevano tennis di qualità ma non era sufficiente. L'argentina fu anche sfortunata trovandosi a condividere la platea con le prime schiacciasassi della storia (Graf, Seles, Capriati). Il tedesco sotto rete non era inferiore ai vari Edberg e Becker. Aveva anche un servizio solido ma fisicamente non reggeva il confronto con la potenza arrembante dell'armada yankee formata da Courier, Sampras e Agassi. 

Di tutte le volée realizzate, ce n'è una che non potrà mai dimenticare?
Guardi, sarebbe ingiusto e impietoso doverne scegliere una. Ne sono state giocate moltissime e di grandiose. Da un punto di vista emblematico però, ci fu uno scambio che mi ha sempre dato l'impressione di aver rappresentato una sorta di addio. Un volo della fenice. La partita era la finale maschile degli US Open 1991 tra Stefan Edberg e Jim Courier. Lo svedese conduceva 62 54 e stava servendo per il secondo set. Il game era intenso. Sotto 15-30 Stefan sfoderò una volée di rovescio da pelle d'oca (30-30), seguita poi da un errore evitabile di dritto (sempre al volo, 30-40). Jim a quel punto aveva la palla per rientrare nel match.

Come sempre lo scandinavo optò per il serve & volley. Togliendosi letteralmente dai piedi la risposta dell'americano con una volée difensiva di rovescio, l’allora fresco vincitore del Roland Garros provò a scavalcare l’avversario con un lob bimane. Stefan salì letteralmente in cielo e con un colpo ibrido tra una volée alta e uno smash, angolò annullando la pericolosa palla break.

L’intero punto non fu solo bello esteticamente ma rappresentò uno spartiacque. Attaccante purissimo da una parte, ribattitore micidiale dall’altra. In quella partita Courier non fece più un game e fu il trionfo di Edberg ma erano gli ultimi bagliori. Dall'anno prossimo in poi Stefan non avrebbe più battuto Jim, perdendo perfino in semifinale a Wimbledon in quattro set. Il tennis muscolare ormai stava prendendo il sopravvento su tutte le superfici. Gli artisti della volée erano pronti per la pensione (estinzione).

Ora voglia scusarmi, ma ho promesso a Evonne (Golagong, ndr) di fare coppia con lei in un doppio tra amiche. Prima di andare ovviamente mi deve dire in piena sincerità cosa pensa della sottoscritta. Sarò breve e conciso. Ho iniziato a giocare a tennis perché volevo provare l'ebbrezza di colpire la palla come facevano Martina e Stefan, ma anche quando capii che non avrei più vinto un solo match, non smisi mai di andare a rete. La mia tattica è sempre stata una e unica: colpire al volo in sua compagnia. E so di non essere il solo a pensarla così. Arrivederci a presto, milady Volée.

US Open 1991 - Stefan Edberg vs. Jim Courier

lo svedese Stefan Edberg
l'americana Billy Jean King sull'erba di Wimbledon
l'americano Pete Sampras in tuffo sull'erba di Wimbledon
l'argentina Gabriela Sabatini
l'australiano Vitas Gerulaitis
lo svizzero Roger Federer

giovedì 23 ottobre 2014

Flavia Pennetta e il divino Fognini

Fabio Fognini e Flavia Pennetta
D'accordo che l'amore fa prendere cantonate ma definire il 2014 di Fognini “una stagione da dio” (Flavia Pennetta dixit), è al limite del ridicolo.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

Una vittoria nel mediocre ATP 250 di Vina del Mar superando in finale il numero 91 del mondo. Due finali perse nettamente sempre in tornei 250. Bocciato in tutti gli esami/sfide contro i top ten. Comportamenti talvolta irritanti e da maleducato. Un ottavo di finale perduto violentemente agli Australian Open è stato il massimo nelle prove del Grande Slam. Eliminazioni costanti al 1° turno. Questo è stato il 2014 tennistico di Fabio Fognini (n. 19 ATP).

Come la definireste un'annata in cui si centra la doppietta Indian Wells/Key Biscayne, si vince a Roma e per la seconda volta in carriera si conquista Wimbledon battendo in un'epica finale terminata al quinto set il re Roger Federer? Come si potrebbe appellare una stagione dove ancora una volta si è dimostrato di essere a un tale livello che solo in pochi riescono a battervi? Da dio, immagino. Peccato che tutto ciò riguardi il numero 1 del mondo Novak Djokovic, e non Fabio Fognini.

Sulle pagine del quotidiano Repubblica dell'edizione di martedì 21 ottobre, nell'articolo-intervista di Paolo Rossi, la tennista brindisina Flavia Pennetta, attuale compagna di Fabio, se n'è uscita con una dichiarazione che, non me ne voglia, è al limite del comico per non dire dolcemente bugiarda. “E vi sfugge una cosa” dice lei, “che la sua (di Fognini, ndr) è stata una stagione da dio, e i risultati sono lì a dirlo”.

È davvero così? Analizziamoli allora questi fatti divini.

Il 2014 di Fabio inizia con un ritiro sul cemento di Chennai, sotto 16 55 contro l'indiano Yuki Bhambri, attuale n. 179 del mondo. Si passa direttamente agli Australian Open dove supera i modesti Bogomolov Jr., Nieminen e Querrey prima di raccogliere appena cinque game contro Djokovic che lo strapazza con un inequivocabile 63 60 62.

Dopo la Coppa Davis (su cui scriverò a parte a fine articolo), si passa alla terra battuta cilena di Vina del Mar, torneo medio-basso ATP 250, dove il tennista italiano supera in sequenza Bedene (n. 109 ATP), Chardy (44), Almagro (18) e in finale l'argentino Leonardo Mayer (91). Una settimana dopo è di nuovo in finale, a Buenos Aires, ma davanti a lui non c'è un modesto giocatore ma qualcuno che sa colpire davvero, lo spagnolo David Ferrer che infatti s'impone senza troppo sudare 64 63.

Siamo appena a metà febbraio e di qui in poi, oltre a figure barbine con avversari sulla carta più deboli, l'italiano fallirà miseramente tutte le prove con quei giocatori che, se fosse davvero un campione, a 27 anni compiuti e nel pieno della cosiddetta "maturità tennistica", dovrebbe iniziare a battere. Non è andata esattamente così.

Le performance divine proseguono a Rio de Janeiro dove ai quarti di finale trova “cavallo pazzo” Dolgopolov che lo rimanda a casa con un doppio 61. Passano due settimane, e sul cemento americano di Indian Wells è ancora l'ucraino a sbarrargli la strada con un altrettanto secco 62 64. E per chiudere la stagione del cemento primaverile a Key Biscayne, ecco il doppio 62 patito al 3° turno per mano di Rafael Nadal.

Inizia la stagione sul rosso europeo, il contesto migliore per Fognini. Esaltato dal successo contro Murray in Coppa Davis, l'italiano si presenta ai blocchi di partenza come uno dei sicuri protagonisti. A Monte-Carlo però esce al 3° turno per mano di Jo-Wilfried Tsonga che vince in rimonta 57 63 60. A Barcellona esce subito causa ritiro dopo non aver vinto nemmeno un game (06 04) contro il numero 65 del mondo, il colombiano Santiago Giraldo.

A Monaco si trova dinnanzi tennisti di classifica a dir poco pessima, nonostante ciò non riesce nemmeno a vincere il torneo. Dopo aver superato Brown (86), Bellucci (122) e Struff (96), si fa superare in finale da Martin Klizan (n. 111) che s'impone 26 61 62. Si ritorna a giocare con atleti veri, ed è subito sconfitta. Dolgopolov lo supera per la 3° volta nel 2014 al 2° turno di Madrid (75 46 63). Un altro 2° turno a Roma, eliminato in due set dal ceco Rosol (n. 56), quindi al Roland Garros esce al terzo turno per mano del francese Gael Monfils che chiude 62 al quinto.

Il divino 2014 prosegue all'insegna della mediocrità. Due semifinali raggiunte in tornei ATP 250, Stoccarda e Umag, rispettivamente sconfitto da Bautista Augut (23) e Cuevas (60). Ad Amburgo rimedia appena quattro game dal serbo Krajinovic (149) che lo impallina 64 60. A Toronto esce al 2° turno in due set per mano di Kevin Anderson, mentre a Montreal vince appena un game nella sfida dei quarti dominata (61 60) dal possente Milos Raonic.

Ultime performance divine di Fabio gli US Open dove s'inchina nel 2° turno al francese Adrian Mannarino (n. 89) in tre set, quindi altri tre tornei e altrettante uscite al 1° turno. A Bejing lo elimina Gulbis 63 64, a Shanghai il n. 553 del mondo Chuhan Wang 76 64 (il tutto accompagnato dal celebre dito medio rivolto al pubblico dopo la sconfitta), e infine a Mosca il kazako Kukushkin (n.74) che lo elimina con un netto 64 62.

Una domanda: la giudichereste un'annata da dio?

Infine la Coppa Davis, competizione questa che ha perso ormai prestigio e viene giocata per la maggior parte da chi resta nelle retrovie del ranking con puntate dei campioni che a inizio o fine carriera vogliono conquistare l'insalatiera. Fognini è stato ripetutamente esaltato per aver battuto l'Argentina di Monaco (n. 40) e Berlocq (44), superati rispettivamente in tre e quatto set.

Il “capolavoro” però è avvenuto sul rosso di Napoli contro la Gran Bretagna. Dopo averla spuntata in quattro set contro il n. 161 James Ward, Fabio ha liquidato con autorevolezza l'allora detentore del titolo di Wimbledon, Andy Murray, piegandolo 63 63 64. Una vittoria importante questa, che poteva diventare un prezioso trampolino se letta con le giuste proporzioni.

Ma invece di rendersi conto che lo scozzese era da tempo a dieta stretta di terra battuta, superficie questa dove per altro si esprime peggio a differenza dell'italiano, il match è stato dipinto come se Fognini avesse vinto tutte e quattro le prove del Grande Slam. A soffiare in questa direzione di eccessivo trionfalismo (tipico del Belpaese), una stampa ignorante che già brindava a chissà quali sicuri successi di Fognini.

Il cammino azzurro in Coppa Davis si ferma in semifinale dove dall'altra parte della rete c'è la Svizzera di Federer e Wawrinka. Bolelli prende il posto di Seppi ma è naturale che tutta la pressione e le minime speranze di qualificazione siano riposte in quello che "dovrebbe essere" il miglior alfiere italiano, Fabio Fognini. E lui, puntuale come un orologio elvetico, fa il suo dovere raccogliendo zero set in due partite.

Una stagione mediocre per Fabio Fognini quella del 2014, e i risultati sono qui a dirlo.

la tennista italiana Flavia Pennetta
il tennista italiano Fabio Fognini
Fabio Fognini e Flavia Pennetta

lunedì 20 ottobre 2014

John, cresci un po'

Milano, l'ennesima ed esagerata sfuriata di John McEnroe © Jacopo Barsotti
Nella tappa italiana del Champions Tour, il formidabile John McEnroe incanta il pubblico con i suoi colpi ma le sue scenate puzzano di patetica recita.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

John McEnroe è il tennis. La sua classe e il suo istinto sono componenti che non si sono mai più viste in alcun mortale abbia preso in mano una racchetta (per ora). Le sue epiche battaglie contro Borg e Lendl hanno fatto la storia di questo sport. Il suo caratteraccio poi, lo ha reso ancor più immortale. C'è un'età però in cui “forse” si potrebbe anche smettere con certe intemperanze, senza per questo peccare di carisma o carattere.

Il carrozzone dell'ATP Champions Tour ha fatto tappa a Genova a Milano con la cosidetta Grande Sfida. In Italia sono sbarcati gli ex-campioni John McEnroe, Goran Ivanisevic, Michael Chang e Ivan Lendl. A vincere è stato il giocatore più in forma. Il solo che sappia ancora colpire con la potenza di un tempo. L'unico a non sembrare un giocatore di un'altra  epoca. In due parole, Goran Ivanisevic, oggi coach del connazionale Marin Cilic. Il mancino croato ha prima regolato Mac 62 76, quindi in finale Lendl con un doppio 64.

A dispetto di un tennis complessivo non particolarmente entusiasmante, chi ha fatto più parlare di sé è stato John McEnroe, ancora alle prese con scenate degne del più aitante e presuntuoso ragazzino. John ha 55 anni. Le sue sfuriate contro gli arbitri sono note a chiunque, ma se la tensione di una finale di Wimbledon può giocare brutti scherzi, non è credibile che anche in una sfida a ritmi più blandi del Champions Tour emergano certi comportamenti. E adesso lo so, che molti di voi diranno che lui è così per davvero ma la testa può comunque pensare e far agire in modo diverso.

Cosa assai spiacevole poi è sentire le giustificazioni di tutti gli addetti ai lavori, e questo solo per una ragione. Lui ha vinto e vince ancora. Ma gli altri? Seguendo la tradizione di neuro-Canè, l'attuale numero uno del tennis italiano Fabio Fognini, n. 19 ATP, ne combina una dopo l'altra. Potrebbe fare di più. Potrebbe essere un top ten ma la sua testa e i suoi nervi gli precludono risultati degni di un vero campione. Al recente torneo di Shanghai, dopo essere stato eliminato al 1° turno da Chuhan Wang, numero 553 del mondo, Fabio è uscito mostrando il dito medio al pubblico.

Il tennista italiano è stato a ragione indicato come cattivo esempio. Difficile credere che ci sarebbe stato lo stesso trattamento se una scenata simile l'avesse fatta Mr John McEnroe, uno dei pochissimi tennisti a essere stato numero 1 del mondo in singolare e doppio. A John si perdona tutto solo perché è stato uno dei più grandi della storia del tennis, se non il più grande. Alla stragrande maggioranza del pubblico e media, le sue urla fanno ridere. Per altri, oggi sono un po' patetiche.

L'indomani della sfida per il 3° e 4° posto vinta contro il sempre bravo e umile Chang, il mancino americano è stato ospite alla trasmissione Che tempo che fa, condotta da Fabio Fazio, dopo che nei mesi scorsi aveva ospitato Andre Agassi e Novak Djojovic. Non voglio entrare troppo nel merito delle domande postegli, banali e con poca sostanza, ma quello che ho trovato nauseante è stato il veder trattare Mac come un bambino viziato che si ha paura a farlo arrabbiare se no comincia a urlare per lo studio.

Nel corso della trasmissione John ha anche rimarcato come ai suoi tempi ci fosse più personalità, ed ha auspicato che il tennis assomigli più al calcio. È evidente che Super Mac s'intenda molto poco di pallone perché se sapesse il livello di marciume nonché di scorrettezza costante che fomenta il suddetto, forse ci penserebbe due volte prima di azzardare simili eresie.

Guardare una partita tra Federer e Djokovic non è paragonabile ad aver visto John affrontare Connors. È indubbio che questi ultimi fossero due indiavolati. Lottavano con un furore agonistico capace di sfociare anche in maleducazione estrema. Roger e Novak al confronto sembrano due nobili degli anni '20. Non sono però da meno né come uomini né come campioni. Ed è forse grazie anche al loro impeccabile comportamento in campo che il tennis è ancora uno sport degno di questo nome.

Una delle sfuriate più celebri di John McEnroe

Milano, Ivan Lendl e Goran Ivanisevic © Jacopo Barsotti
Milano, la classe infinita di John McEnroe © Jacopo Barsotti

lunedì 6 ottobre 2014

Italy Champions Tour, la grande sfida

La Grande Sfida
Venerdì 17 e sabato 18 ottobre l'ATP Champions Tour sbarca in Italia con gl'immortali John McEnroe, Ivan Lendl, Michael Chang e Goran Ivanisevic.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

L'imprevedibilità aerea di Super Mac. I passanti in corso della sfinge (ex-)cecoslovacca. La follia esplosiva degli ace di cavallo pazzo. La tenuta mentale del piccolo grande Michael. C'è aria di grande tennis a Genova e Milano. Venerdì 17  e sabato 18 ottobre l'ATP Champions Tour sbarca nel Belpaese con La grande sfida, mettendo di fronte quattro grandi leggende della racchetta: John McEnroe, Michael Chang, Goran Ivanisevic e Ivan Lendl.

Ai tempi del primo successo sull'erba di Wimbledon, Mac usava ancora una racchetta di legno. Lendl fu il primo campione costruito sul fattore atletico. Ivanisevic diede il via alla strada (deragliata) dello strapotere del servizio. Chang ci ha lasciato in eredità, oltre alla banane rinvigorenti, la convinzione che aldilà dei materiali moderni la tenacia possa ancora far la differenza.

Quattro grandi campioni l'un contro l'altro. Se dei 17 titoli del Grande Slam in campo, 15 se li spartiscono gli ex-numeri 1 Lendl e McEnroe, le singole conquiste degli “altri due”, il Roland Garros di Chang nel 1989 e Wimbledon di Ivanisevic nel 2001 furono alla stregua di autentiche imprese leggendarie.

Il primo s'impose sulla terra parigina ad appena diciassettenne anni battendo Lendl in un epico match di ottavi di finale, quindi spegnendo in finale le velleità del maestro di volo Edberg. Ivanisevic al contrario, ormai a fine carriera ed entrato nel tabellone principale solo grazie a una wild card, diede vita a una impensabile cavalcata che si concluse trionfale dopo cinque set di finale contro l'australiano Pat Rafter.

I sorteggi delle semifinali genovesi hanno messo l'uno di fronte all'altro John McEnroe e Goran Ivanisevic, quindi Ivan Lendl e Michael Chang. Nel corso della loro carriera nel circuito ATP i due mancini hanno incrociato la racchetta in sei occasioni, primo dei quali la finale sul cemento del torneo di Basilea nel 1990. Ad avere la meglio fu il più navigato Mac, ma non senza sudare, anzi. L'americano fu costretto a una faticosa rimonta sotto di due set a zero (67 46), chiudendo 76 63 64.

Goran ebbe modo di rifarsi vincendo i tre confronti successivi sempre in due set, a cominciare proprio dallo stesso anno sull'indoor di Stoccolma dove s'impose agli ottavi di finale con un doppio 64. Nel 1991 invece lo elimina prima ai quarti di New Haven (64 62), poi al 3° turno di Parigi (64 64). John si prende la sospirata rivincita nel '92, quando al 3° turno di Miami (Key Biscayne) batte Ivanisevic 57 75 75. Ultima sfida tra i due, i quarti di finale della Grand Slam Cup di Monaco del '92, dove il croato vince 36 64 62.

La seconda sfida è quanto di più “romantico” ci possa essere nel tennis. Lendl e Chang si sono incontrati sette volte, cinque delle quali (ATP Finals, Cincinnati, New Haven, Long Island e Tokyo indoor) vinte da Ivan sempre per due set a zero. “Il problema” per l'ex-numero 1 del mondo fu che le due uniche sconfitte avvennero nelle partite più importanti, a cominciare da quel'incredibile ottavo di finale del Roland Garros '89.

Lo sconosciuto diciassettenne Michael fu capace di rimontare un doppio passivo di 64, rialzandosi dai crampi e imponendosi con un triplice 63. E se la lezione non fosse bastata, due anni dopo sull'indoor teutonico della Grand Slam Cup, Chang si ritrovò nella medesima situazione di due set sotto (26 46) ma ancora una volta ebbe la forza di riprendere le redini del gioco, annullare un match-point grazie a un passante su una non troppo convinta discesa a rete di Lendl, e chiudere la partita per 64 76 97.

È inutile negarlo. Tutti gli appassionati di tennis vorrebbero vedere la finale tra Ivan e John. Le loro sfide. Il loro reciproco non sopportarsi così veritieramente politically non-correct ha segnato un'epoca. La prima metà degli anni Ottanta è stata una loro competenza. Ivan, re del rosso. Mac, signore incontrastato del verde. Se le sono date a vicenda. Volee da una parte, passanti dall'altra. Senza esclusione di colpi, e lingua. Un'altra epoca. Un altro tennis.

Lendl vs. McEnroe, Forest Hills 1984

il mancino americano John McEnroe in azione nell'ATP Champions Tour
il mancino croato Goran Ivanisevic in azione nell'ATP Champions Tour
l'americano Michael Chang 
il naturalizzato americano Ivan Lendl in azione nell'ATP Champions Tour

mercoledì 10 settembre 2014

Il Grande Slam del 2014

Gli otto vincitori delle prove del Grande Slam 2014 @ Australia Tennis
Cilic e Nishikori interrompono il Grande strapotere Slam di Roger-Rafa-Novak. Quando Serena Williams è in forma, il titolo è già assegnato. Male gli italiani.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

Una nuova annata di tornei del Grande Slam si è appena conclusa. In campo maschile i verdetti sono quasi sempre stati i soliti con la sola e unica novità venuta dai recenti US Open dove per la prima volta dagli Australian Open 2005 (finale Safin-Hewitt) non è arrivato all'ultimo atto almeno uno tra Roger Federer, Novak Djokovic e Rafael Nadal.

Se a Melbourne un malconcio Nadal si è inchinato da campione a Wawrinka, a Parigi lo spagnolo ha conquistato il nono titolo ai danni di Djokovic. Il destrorso serbo si è rifatto sull'erba londinese vincendo una storica finale contro il “maestro” Federer. A Flushing Meadow invece, proprio Novak e Roger, quando si pensava già alla rivincita, si sono fermati in semifinale rispettivamente contro Kei Nishikori e Marin Cilic, con quest'ultimo che si è poi aggiudicato il torneo infliggendo al nipponico un triplice 63.

Anche nel femminile, a dispetto di nuovi volti impostisi (su tutti la rumena Simona Halep, oggi n. 2 del ranking mondiale) all'attenzione mondiale, a trionfare sono stati nomi già noti. Fatalità, tutte tenniste già vincitrici su quegli stessi campi, o quasi. Dopo due finali perdute (2011, 13) infatti, la cinese Li Na ha finalmente coronato il suo sogno di regina d'Australia piegando l'arrembante slovacca Dominika Cibulkova 76 60, e conquistando così il suo secondo titolo Slam.

Nel secondo appuntamento del 2014, sulla terra parigina, Maria Sharapova ha piegato a fatica la già citata Halep 64 57 64, portandosi a casa per la seconda volta la coppa Suzanne Lenglen. Altro bis sull'erba. A distanza di tre anni dal primo successo (2011), la ceca “più o meno rinata” Petra Kvitova si è ripresa il trono di Wimbledon ai danni della canadese Bouchard con un perentorio 63 60.

Infine non poteva mancare lei, l'invincibile “quando gioca sul serio” Serena Williams. Dopo un torneo praticamente perfetto, la possente americana si è portata casa il sesto titolo degli US Open ai danni dell'amica Caroline Wozniacki (63 63), incamerando il 18° titolo del Grande Slam, ed eguagliando così le imprese delle leggende Chris Evert e Martina Navratilova che proprio insieme l'hanno premiata.

Capitolo italiani. A pochi giorni dalla semifinale di Coppa Davis tra gli azzurri e la Svizzera di Federer & Wawrinka sul cemento indoor di Ginevra, c'è ben poco di cui applaudire. Aldilà del far parlare di sé per le scenate in campo e pessime figure contro avversari più forti e modesti, il tanto pompato Fabio Fognini non è andato oltre un misero 4° turno raggiunto agli Australian Open. Smaltito l'esagerato incenso per aver superato un più che modesto Murray sulla terra rossa casalinga “Davisiana”, il resto della stagione e degli Slam è stato all'insegna della mediocrità più assoluta, così come il resto della squadra maschile.

Diversa (come sempre ormai) la realtà del tennis femminile. Sara Errani è n. 12 della classifica WTA ma aldilà di buoni risultati (finale a Roma), è fin troppo palese che non sarà mai una di quelle tenniste che resteranno negli annali (internazionali) di singolare. Qualcuno parla di centimetri che le mancano. Per la cronaca sono appena 4 in meno di Simona Halep, la cui mobilità sul campo e incisione di colpi non sono neanche lontane parenti degli omologhi della tennista bolognese.

Aldilà dell'exploit americano di Indian Wells, la brindisina Flavia Pennetta ha condotto una stagione altalenante, specchio fedele della propria carriera. Le soddisfazioni per il tennis femminile sono venute nel doppio con la coppia Errani/Vinci, numero 1 della specialità. Dopo il bis consecutivo all'Australian Open, hanno centrato l'ultimo torneo dello Slam che ancora gli mancava, Wimbledon. Nuova partner per la Pennetta intanto, l'ex-numero 1 del mondo Martina Hingis. La coppia italo-elvetica ha subito conquistato la finale degli US Open, superate però in rimonta dall'esperta coppia russa Makarova/Vesnina.

Chiudo su questo ultimo punto chiarendo una volta per tutti cosa è e cosa non è. Chi vince ha sempre ragione, ma bisogna anche capire dove e contro chi si ottengono i successi. Da anni ormai la specialità di doppio così come la Coppa Davis e la Fed Cup sono competizioni di serie B rispetto al singolare, l'unica e indiscutibile realtà che interessi i campioni maschi e femmine.

Sara Errani e Roberta Vinci hanno conquistato tutte le prove del Grande Slam in doppio. Hanno fatto qualcosa di notevole ma non appena si ritireranno, solo il pubblico italiano si ricorderà di loro. Di una come Maria Sharapova invece, ultima vincitrice in ordine temporale di tutte le prove del Grande Slam in singolare, ancora si parlerà tra trent'anni e più. In Russia, in Italia e ovunque.

l'ancora acerbo Fabio Fognini
US Open 2014 - la finalista Caroline Wozniacki e la vincitrice Serena Williams

mercoledì 20 agosto 2014

Champions Tour, Optimo Malisse

Optima Open - il trionfo di Xavier Malisse
Al suo debutto nel Champions Tour, il belga Xavier Malisse conquista l'Optima Open. Spettacolo puro nel match Seles/McEnroeCljisters/Bahrami.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

Monica Seles serva da destra verso sinistra. Kim Clijster dall'altra parte del campo risponde con un rovescio bimane. Appostato come un falco a rete c'è John McEnroe che colpisce di volee di rovescio abbastanza centrale. Kim allora ha il tempo di piazzare il lob che John non prende. Monica arriva e insiste sull'avversaria belga che per la terza volta consecutiva colpisce di rovescio. La Seles allora capisce che è tempo di prendersi il punto e spara il suo micidiale dritto mancino incrociato bimane. Talmente angolato che quasi colpisce il compagno Mac. Dall'altra parte della rete Bahrami si “gode lo spettacolo”.

Scampoli della partita esibizione all'interno della quinta edizione dell'Optima Open, tappa estiva dell'ATP Champions Tour, disputatasi a Knokke Heist, in Belgio. Al nastro di partenza non si sono presentati solo “titoli dello Slam” ma soprattutto qualità di racchetta. A disputare la finale però, sono stati due outsider: il francese Fabrice Santoro e il belga Xavier Malisse.

E non poteva che finire così il torneo, con il trionfo del giocatore di casa (best ranking n. 19 ATP nell'agosto 2002), al suo debutto nel Champions Tour. Nel corso della competizione ha prima messo in riga i vincitori di Wimbledon, il croato Goran Ivanisevic e l'australiano Pat Cash, quindi ha regolato Santoro con un totale di sei set vinti e nessuno perso.

Curioso come in finale abbia trovato l'avversario che piegò nella sola prova del Grande Slam conquistata in carriera. Nel 2004 infatti, sulla terra parigina del Roland Garros in coppia con il connazionale Oliver Rochus, piegarono i transalpini Llodra e appunto Santoro con un doppio 75. Nell'odierno Optima Open invece, punteggio ancor più netto: 62 63.

Inserito nel Gruppo A con Santoro e Greg Rusedski, il francese Henri Leconte ha rimediato due sconfitte su altrettanti incontri. Ormai cliente abituale del Champions Tour, a prescindere dal risultato, vedere Henri colpire è sempre entusiasmante così come il collega australiano Cash, anch'esso rimasto a bocca asciutta in quanto a match vinti.

Non solo torneo effettivo ma anche partite speciali, in parte rallentate dal maltempo. Tra gli ospiti speciali si sono sfidate autentiche leggende della racchetta a cominciare dalla “padrona di casa” Kim Clijsters, ex-numero 1 del mondo e tre volte vincitrice degli US Open (2005, 09-10), che a fianco del simpatico tennista iraniano Mansour Bahrami, hanno sfidato l'esplosiva coppia Monica Seles e John McEnroe.

Optima Open - Xavier Malisse e Fabrice Santoro
Optima Open - Mansour Bahrami, Kim Clijsters, Henri Leconte (in borghese),
Monica Seles
e John McEnroe
Optima Open - Kim Clijsters e Mansour Bahrami
Optima Open - John McEnroe
Optima Open - Monica Seles e John McEnroe
Optima Open - Fabrice Santoro e Xavier Malisse

sabato 16 agosto 2014

Power & Glory, Monica e SuperMac

Monica Seles e John McEnroe
Due grandi e unici mancini, insieme al Champions Tour. Oggi, all’Optima Open, scende in campo la coppia Monica Seles-John McEnroe.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it 
giornalista/fotoreporter - web writer

Rock 'n' roll lui. Power metal lei. Un’incontenibile overdose di genio sprizzante da ogni corda, lui. Potenza devastante calibrata al millimetro lei. John McEnroe e Monica Seles. Numeri 1 del mondo di tennis. Al loro massimo splendore non avevano rivali. Se l'erba fu la massima espressione di Mac, terra rossa e cemento furono le superfici dove la tennista di origine slava ha demolito ogni avversaria.


Tutti sanno chi è John McEnroe. Quello che ha vinto e ciò che avrebbe voluto vincere. Tutti sanno chi è Monica Seles. Il suo ingresso nel circuito e l’indiscussa leadership nella WTA fermata solo da una vile aggressione. Mentre il tennis moderno prosegue la sua cavalcata verso gli US Open, lo show del tennis multi-colpo-spettacolare è ancora affidato ai campioni del'ATP Champions Tour.

Sabato 16 agosto, all’Optima Open di Konokke Heist (Belgio), i mancini Monica Seles e John McEnroe sono pronti a giocare dalla stessa parte del campo dopo che i colleghi maestri se le saranno date a suon di magie. Prima la sfida tra vincitori di Wimbledon, Goran Ivanisevic (2001) contro Pat Cash (1987). A seguire, un match tutto mancino tra il canadese naturalizzato britannico Greg Rusedski e il francese Henri Leconte.

Poi come detto, è di scena una coppia capace di unire il genio più totale e la forza più assoluta. Il tre volte campione di Wimbledon, John McEnroe, al fianco della tre volte campionessa del Roland Garros, Monica Seles. Contro di loro, la coppia belga-iraniana formata dall’ex-numero 1 del mondo, Kim Clijsters, e Mansour Bahrami. John e Monica. Monica e John. Due stili agli antipodi amalgamati. Un mondo totale di colpi. Due opposti insieme. Una lezione su cui riflettere anche per tutta l’umanità.

Monica Seles vince al Roland Garros
John McEnroe trionfa sull'ebra inglese del Queen's

giovedì 5 giugno 2014

La pagina Facebook di Back in Net

la pagina Facebook di Back in Net
Aggiornamenti e commenti in diretta sull'omonima pagina Facebook di Back in Net. Vieni a scoprirla, visibile anche per i non iscritti al social network.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

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Back in Net - il tennis come non lo avete mai letto

martedì 20 maggio 2014

Novak Djokovic, obiettivo Roland Garros

Novak Djokovic, re di Roma
Dopo il terzo successo agli Internazionali di Roma, Novak Djokovic punta diritto al suo unico torneo del Grande Slam mancante, il Roland Garros.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

Solido. Concentrato. Potente. Generoso. Capace di aggiudicarsi match difficili contro campioni di razza. Novak Djokovic vince in rimonta la 71° edizione degli Internazionali BNL d'Italia, piegando in finale 46 63 63 l'eterno rivale Rafael Nadal. Un successo dedicato alla sua terra natia, la Serbia, colpita nei giorni scorsi insieme alla Bosnia da pesanti alluvioni costate la vita a svariate persone, e alla cui nazioni balcaniche ha donato l'intero montepremi conquistato (oltre cinquecentomila dollari).

Roma 2014. È stato un torneo difficoltoso da vincere per il tennista di Belgrado. Ricevuta una wild card, Novak ha avuto vita facile solo nella prima sfida di 2° turno, piegando il ceco Radek Stepanek in due set 63 75. Di lì in poi, sempre partite al terzo set. L'avventura italiana comincia ufficialmente al 3° turno, ed è subito in salita dovendo recuperare un set di svantaggio (46) al tedesco Philipp Kohlschreiber, poi annientato 62 61.

Ai quarti di finale c'è uno dei peggiori clienti da incrociare sulla terra rossa, lo spagnolo David Ferrer, finalista l'anno passato a Parigi e vincitore in carriera di 11 tornei sul rosso. La partita è di quelle toste e combattute su ogni punto. Nole vince il primo set 75,  cede 46 il secondo, quindi chiude 63. In semifinale incrocia la racchetta con la sorpresa del torneo, il canadese Milos Raonic (n. 9 ATP).

Sebbene sia più a suo agio sul cemento, lo spilungone (196 cm) originario di Podgorica (Montenegro) si aggiudica la prima partita al tie break per 7 punti a 5. Ci vuole un grande Djokovic per recuperare, andare a un secondo tie break, farlo proprio per 7-4 e prolungare così la partita al terzo set staccando poi con il 6-3 decisivo il biglietto per la sua quinta finale complessiva a Roma.

Djokovic a Roma. Due finali vinte (2008, '11) e altrettante perdute (2009, '12). Anno 2014, con perfetta cadenza triennale Novak Djokjovic conquista per la terza volta in carriera gli Internazionali BNL d'Italia. Tre sono anche i tornei vinti quest'anno, e tutti Master 1000. Dopo la doppietta sul cemento americano di Indian Wells e Miami, è arrivata l'affermazione sulle terra romana. Il numero 2 del mondo è ora pronta per la sua sfida delle sfide, il Roland Garros.

Ala soglia dei 27 anni (che compirà il prossimo 22 maggio, auguri), Nole si è già aggiudicato 44 tornei in singolare di cui 6 titoli del Grande Slam così suddivisi: quattro Australian Open (2008, '11-13), Wimbledon (2011) e US Open (2011). Se a questi vanno aggiunte anche le affermazioni in Coppa Davis (2010) e il triplice titolo di campione dei campioni alle ATP World Tour Finals (2008, 2012-13), si vede bene che il solo grande alloro mancante nella prestigiosa bacheca del Djoker, è appunto il Roland Garros.

Djokovic a Parigi. Nell'ultimo triennio ha collezionato due semifinali e una finale. Nel 2011 si dovette inchinare all'immortale Roger Federer che lo superò da sfavorito 76 63 36 76. L'anno successivo fu a un passo dall'impresa, ma Nadal in terra transalpina è quasi imbattibile e lo spagnolo s'impone 64 63 26 75. È ancora il mancino di Maiorca nel 2013 a impedirgli il successo. Un match epico conclusosi al quinto set in favore di Rafa 64 36 61 67 97.

Non sono tanti i giocatori ad aver vinto almeno una volta in carriera tutte le prove del Grande Slam. Anzi, sono proprio pochini. Appena sette nell'intera storia del tennis maschile (10 invece le tenniste). Ai vecchi Fred Perry, Don Budge, Rod Laver e Roy Emerson, si è aggiunto in anni più recenti Andre Agassi e in tempi contemporanei Federer e Nadal.

Alla 113° edizione del Roland Garros (Parigi, 25 maggio – 8 giugno) il tennista serbo Novak Djokovic proverà a conquistare la Coppa dei Moschettieri di Francia. Alla sua decima partecipazione al torneo parigino scenderà in campo per vincere ed entrare in quell'esclusivo club del tennis mondiale per rimanerci tutta l'eternità. Allez Djokjovic!

Roland Garros 2014, è già pronto l'hashtag #RG14
Roland Garros 2014, le palle sono già pronte
Novak Djokovic in azione sulla terra battuta del Roland Garros
il trofeo maschile del Roland Garros, la Coppa dei Moschettieri (Coupe des Mousquetaires)

venerdì 16 maggio 2014

Feliz cumpleaños Gabriela Sabatini

l'argentina Gabriela Sabatini (sx) e l'amica-avversaria, la tedesca Steffi Graf (dx)
Nel corso del torneo di Roma, oltre ad applaudire, una volta si augurava anche feliz cumpleaños alla tennista argentina Gabriela Sabatini.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

Elegante. Corretta. Poco potente ma dai colpi raffinati. Svezzatasi contro le mitiche Chris Evert e Martina Navratilova, "costretta" a sfidare le prime grande spara-bolidi della WTA: la tedesca Steffi Graf, l'ex-jugoslava Monica Seles e l'americana Jennifer Capriati. Ritiratasi ad appena 26 anni, oggi l'ex-tennista argentina Gabriela Sabatini compie gli anni. Auguri!

16 maggio 2014. Allora come oggi sono in corso gli Internazionali (BNL) d'Italia, a Roma. A cavallo degli anni Novanta l'indiscussa regina del Foro Italico era sempre e solo lei, Gabriela Sabatini. A maggior ragione perché durante lo svolgimento del torneo, la tennista di Buenos Aires era solita compiere gli anni. Oggi per l'appunto, il 16 maggio. Ancora volta allora, feliz cumpleaños!

Il nome di Gabriela Sabatini rimarrà sempre legato a tripla mandata a quello dell'eterna rivale (e amica), Steffi Graf. L'argentina disputò in tutto tre finali del Grande Slam, sempre contro di lei. Nel 1988 perse a New York (36 63 16). Due anni dopo si prese la rivincita sul medesimo campo in cemento degli US Open (62 76), quindi nel 1991 sul centrale di Wimbledon s'inchinò allo strapotere della teutonica che portò a casa i Championships al termine di un emozionante match conclusosi 64 36 86 in suo favore.

Anche il curriculum di doppio di Gabriela non può prescindere da Steffi. Insieme le due tenniste hanno disputato quattro finali del Grande Slam, perdendone tre e vincendone una. Nel biennio 86-87 e nel 1989 furono sempre sconfitte al Roland Garros, mentre nel '88 trionfarono sull'erba londinese dell'All England Lawn Tennis Club. In quello stesso anno, la Graf centrò il Grande Slam aggiudicandosi anche la prima edizione dei Giochi Olimpici di tennis, a Seul. E chi poteva trovale in finale? Gabriela Sabatini ovviamente (vittoria per 63 63).

Lineamenti dolci, quasi a far trasparire una sofferenza nascosta. Gabriela Sabatini, aggraziata e felina. Buoni colpi da tutte le parti del campo. Il servizio era il suo punto debole. Arcuava molto la schiena, non riuscendo mai a dare particolare forza alla palla e diventando così facile preda delle sempre più specializzate avversarie dinamitarde.

Poco incisiva sui bicipiti ma non per questo una non-lottatrice, anzi. In quanto a personalità non fu seconda a nessuno. Celebre l'episodio in cui, dopo l'accoltellamento in campo dell'allora numero 1 del mondo Monica Seles nel 1993 al torneo di Amburgo, l'argentina fu la sola voce di peso a uscire dal coro. D'accordo, a differenza della stragrande maggioranza delle sue colleghe d'alta classifica, di lasciare la prima posizione alla tennista slava fino al suo ritorno.

Tanti ottimi piazzamenti nei Big Four ma un solo successo. Se negli Slam non trasse troppe soddisfazioni, l'argentina fu una delle tenniste più amate dal pubblico nostrano. Dei 27 titoli in singolare conquistati in carriera, quattro vennero proprio dalla terra battuta romana. In sette edizioni consecutive del torneo di singolare (1987-93), sei volte raggiunse la finale. Dei 14 tornei in doppio conquistati, uno fu ottenuto sulle sponde del Tevere.

Il turbine romano di Gabriela cominciò nel 1987 dove a negarle la gioia del successo fu, manco a dirlo, Steffi Graf che prevalse 75 46 60. Si rifece però in doppio, in coppia con Martina Navratilova. Insieme si aggiudicarono il torneo piegando 64 61 in finale la coppia ceco-tedesca formata da Helena Sukova e Claudia Kohde-Kilsch.

L'appuntamento con la vittoria in singolare comunque fu rimandato di soli dodici mesi. Nel 1988 tocca a lei trionfare. A farne le spese, la canadese Helena Kelesi sconfitta 61 67 61. Il bis arriva già l'anno successivo, nel 1989. In finale un'altra storica rivale, la tenace spagnola Arantxa Sanchez, piegata 62 57 64; per la cronaca, di lì a poco la tennista catalana vincerà il Roland Garros in un'epica finale contro la favoritissima Graf.

Dopo due successi consecutivi (tre se si conta anche il doppio), la Sabatini (come un tempo si diceva e scriveva, con l'articolo prima del cognome) si ferma in semifinale. A sbarrarle la strada, una delle più grandi tenniste di tutti i tempi, Martina Navratilova. Vittoria in due set 76 75 per la naturalizzata americana.

Con gli anni Novanta cala il dominio della Graf e irrompe Monica Seles, originaria di Novi Sad (prima Jugoslavia, poi Croazia). Mancina, gioca diritto e rovescio bimane. È una belva scatenata. Urla più dell'attuale Maria Sharapova. È più forte di Gabriela Sabatini. La batte quasi sempre quando la incontra. Quasi, appunto. Non a Roma. In due finali consecutive (1991-92) è sempre l'argentina a prevalere. 63 62 la prima volta, 76 64 l'ultima.

Ultima presenza della sudamericana in finale a Roma nel 1993, dove s'inchina alla spagnola Conchita Martinez, futura regina di Wimbledon (1994). Ideale passaggio di testimone visto che l'iberica s'imporrà complessivamente per quattro edizioni di fila fino al 1996, anno del ritiro di Gabriela Sabatini. Dieci anni esatti dopo (2006), viene introdotta dall'amica-rivale Steffi Graf nell'Hall of Fame del tennis.

Non allena Gabriela Sabatini. Appesa la racchetta al chiodo, tra una promozione e l'altra di business vari, partecipa anche a eventi di beneficenza senza lesinare qualche presenza sugli spalti tennistici. Nel maggio 2011 è di nuovo sul campo centrale del Foro Italico per consegnare il trofeo al vincitore della 68° edizione, Novak Djokovic (vittorioso su Nadal con un doppio 64). Chiamato dall'ex-tennista Lea Pericoli, il serbo abbraccia la Sabatini affettuosamente.

Oggi e per sempre, feliz cumpleaños! Gabriela.

Roma 1992 - finale, Gabriela Sabatini vs. Monica Seles

l'argentina Gabriela Sabatini
Steffi Graf e Gabriela Sabatini in un match di doppio
New York, l'argentina Gabriela Sabatini trionfa agli US Open 1990
Marartina Navratilova (sx) e Gabriela Sabatini in un recente match di beneficenza
Steffi Graf presenta nel 2006 Gabriela Sabatini nella Hall of Fame del tennis