venerdì 31 ottobre 2014

Volée, sedotta e abbandonata

Una perfetta volée di rovescio della mancina Martina Navratilova
Dai gloriosi fasti del serve & volley a un tetro presente di colpo della disperazione. Intervista in esclusiva alla grande esclusa del tennis moderno, la volée.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

È stata eseguita dai più grandi campioni della storia. Le sue performance sotto rete hanno disegnato traiettorie creando magnificenza e autentica magia. Racchetta di legno, grafite o fibra di carbonio, faceva poca importanza per chi la sapeva davvero mettere in campo. Quando letale se ne servì McEnroe per spiazzare definitivamente Bjorn nella finale dell’81, per l'erba di Wimbledon fu l'inizio di una nuova monarchia. Lei è la volée, l'eleganza tennistica per eccellenza. La grande esclusa del tennis del terzo millennio.

È stata una lunga e affannosa ricerca ma alla fine Back in Net ce l'ha fatta. L'ha trovata e raggiunta. Presa dimora in un piccolo paesino (di cui non è possibile rivelare le coordinate per ragioni di privacy), si gode il bel tempo che fu. Stiamo parlando della più grande esclusa del tennis moderno, la signora Volée. Una donna dalla charme unico e irresistibile, almeno per pochi. Da un ventennio abbondante ormai, la moda imperante sono i “muscoli a rimbalzo”.

Mi accoglie dolcemente. La sua casa sembra un piccolo museo. Appesi al muro ci sono immortalati tutti i suoi massimi interpreti, nessuno escluso. Da Billy Jean King a Pat Cash. Da Jimbo Connors a Martina Navratilova. Da Rod Laver a Jana Novotna. Dalle coppie (intese come sfide) Borg-McEnroe a Becker/Edberg, fino ai più recenti Rafter, Henman e Federer. Un'inevitabile aria malinconica però permea lo spazio. Non fa tempo a prendere posto che con balzo felino è lei a cominciare la conversazione, chiedendomi sinceramente cosa pensi della sua vita. “Facciamo un patto” replico io, “ora lei risponde alle mie domande e a fine intervista le dirò la mia onesta opinione”.

Sono quasi vent'anni che non si sa (quasi) più nulla di lei, come si sente?
Vorrei poter dire – in gran forma – ma la verità è che giorno dopo giorno mi sento sempre più demoralizzata. Il tennis è sempre più un gioco per Ercole in pantaloncini e gonnella. Quando qualcuno/a si avventura a rete fa la figura del pivello, tanto i giocatori di bassa classifica quanto i campioni. Senza dimenticarsi poi che al posto di tocchi di fino, vengono eseguite quelle che i suoi colleghi hanno ribattezzato “schiaffi” o “sberle” al volo.

Suvvia, ci sarà ancora qualcuno/a che la farà sentire orgogliosa?
Ma certo, e ci sarà sempre ma saranno una piccola minoranza. Sarei ingiusta se dicessi il contrario. Come non si può restare ammaliati dai tocchi di Roger Federer e talvolta anche da Andy Murray? Però c'è un fatto che in pochi considerano. Anche loro potrebbero andare a rete molto più spesso ma non lo fanno perché rischierebbero troppo. Racchette super-leggere, superfici più lente e palle differenti hanno affossato questo sport e mi consenta una battuta, il tennis di oggi assomiglia sempre più a un'aula scolastica d'estate: senza classe.

E di Wimbledon, il suo torneo preferito? Caduto anche lui in disgrazia?
Il tasto più dolente della mia esistenza. Non sarò certo io a dire che giocatori come Nadal, Djokovic o le sorelle Williams non siano campioni, ma vederli trionfare sull'erba inglese facendo un numero esiguo di volée è quasi offensivo. Se Ivan Lendl e Jim Courier giocassero ora, avrebbero anche loro vinto i Championships londinesi invece allora l'erba aveva ancora il potere di bocciare i fondocampisti mentre oggi non è più così. Si riguardi la finale maschile del 2013 tra Murray e Djokovic. Una noia mortale. Un piattume di gioco umiliante per un torneo dove i miei massimi esponenti qui scrissero pagine indimenticabili.

E nel circuito femminile, non c'è proprio nessuno?
Ma le ha viste le Finals di Singapore? Williams, Sharapova, Ivanovic, Kvitova, Halep. Tutte spara-siluri. Si, certo. Ogni tanto viene fuori qualche colpo al volo che suscita cascate di applausi ma sono casi isolatissimi. Roberta Vinci ha un buon tocco ma da sola non può certo riportarmi in auge e ormai è a fine carriera. Ci vorrebbe una generazioni di campioni di volo come furono i gloriosi tempi australiani con i vari Rosewall, Newcombe, Roche, Gerulaitis. Parliamo di un’epopea che non potrà più tornare.

Maschi o femmine che sia, mi sta dicendo che l'hanno proprio dimenticata!
Si faccia un giro su Facebook nella pagina ufficiale della WTA e dell'ATP. Per ciascuno di essi vada nella sezione “photos” e mi dica tra le moltissime immagini di gioco quante volte sono stata immortalata. Oggi non esiste una strategia che contempli l'attacco a rete e le dirò qualcosa di ancor più triste. Nel 95-98 per cento dei casi oggi i tennisti vanno a rete in due sole occasioni: quando il punto è già praticamente chiuso o quando non hanno nulla da perdere avendo accumulato o un vantaggio o uno svantaggio tale da provare la soluzione volée come se non gliene importasse nulla del risultato.

Non di meno, anche quando non ci vorrebbe tanto per valorizzarmi ma è una situazione calda, indietreggiano come dilettanti. Due esempi su tutti. Il più recente riguarda la finale del torneo ATP 500 di Valencia tra Murray e Robredo. All'ennesimo match point in suo favore, lo spagnolo risponde con un missile di dritto incrociato mandando lo scozzese fuori dal campo che si difende con un debole rovescio. Bastava prendere la rete e appoggiare la racchetta sulla palla per chiudere. Cosa fa invece? Prima fa un mezzo passo in avanti, poi come “terrorizzato” dalla sottoscritta, torna indietro e perde l'attimo vincente (così poi come il punto, la partita e il torneo, ndr).

Ancor più indimenticabile l’episodio della finale femminile al Roland Garros '92 tra Steffi Graf e Monica Seles. Chiamata a rete da una palla corta nelle ultime fasi del match (vinto da Monica 10-8 al terzo set, ndr), la tennista di origine slava arriva in affanno rimandando la palla di là come capita. Steffi allora prova un primo passante di dritto a cui Monica replica con un’artigianale e sgangherata volée di rovescio riuscendo però a metterla in campo quasi all'incrocio delle righe. La tedesca, non certo una potenza in fatto di passanti di rovescio, fa quello che può e lascia partire un lungolinea tagliato a cui non ci vorrebbe nulla per replicare al volo e chiudere il punto. Monica però non è di questo avviso, e sta già tornando indietro. Così facendo si fa trovare nella tipica “zona morta” del campo e inevitabilmente perde il punto facendo una figura barbina, il tutto condito (a ragione) da un urletto di disperazione.

Ci sono stati giocatori da cui si sarebbe aspettata di più?
Ivanisevic avrebbe potuto fare sfaceli. Colpiva sotto rete in maniera eccelsa ma per assurdo il suo servizio fu tanto la sua fortuna quanto la propria rovina. In tempi attuali nessuno è come “Alex Dolgopolov. Gli ho visto fare cose pazzesche con quella racchetta in mano, ma non riuscirà mai a imporsi. Se il tennis di volo e tocco potrà ancora dire la sua, è per merito di giocatori come lui ma per fare una rivoluzione servono risultati (vittorie), e lui su questo capitolo è ancora troppo in coda.

Non c'è proprio posto per lei nel presente e nel futuro del tennis?
Ci sarebbe, ci sarebbe. E le faccio anche nomi e cognomi. Fin dal primo successo a Wimbledon (1985) il tedesco Boris Becker venne ribattezzato boom-boom per l'esplosività di colpi e servizio. Eppure Boris aveva un tocco sotto rete non indifferente. La sintesi perfetta di quello che poteva essere il giocatore del domani. Veloce e di classe ma senza rinunciare alla forza bruta. Già Sampras era di un altro livello. Ancor più devastante col servizio e meno dotato di Becker ma anche lui con la sottoscritta ci sapeva fare. Certo, parliamo di due campioni ma chi meglio di loro può dare l’esempio?

Chi le sarebbe piaciuto veder vincere di più?
Nel femminile Gabriela Sabatini, nel maschile Michael Stich. A dispetto di una vittoria Slam ciascuno (US Open 1990 lei e Wimbledon 1991 lui, ndr), hanno raccolto molto poco. Esprimevano tennis di qualità ma non era sufficiente. L'argentina fu anche sfortunata trovandosi a condividere la platea con le prime schiacciasassi della storia (Graf, Seles, Capriati). Il tedesco sotto rete non era inferiore ai vari Edberg e Becker. Aveva anche un servizio solido ma fisicamente non reggeva il confronto con la potenza arrembante dell'armada yankee formata da Courier, Sampras e Agassi. 

Di tutte le volée realizzate, ce n'è una che non potrà mai dimenticare?
Guardi, sarebbe ingiusto e impietoso doverne scegliere una. Ne sono state giocate moltissime e di grandiose. Da un punto di vista emblematico però, ci fu uno scambio che mi ha sempre dato l'impressione di aver rappresentato una sorta di addio. Un volo della fenice. La partita era la finale maschile degli US Open 1991 tra Stefan Edberg e Jim Courier. Lo svedese conduceva 62 54 e stava servendo per il secondo set. Il game era intenso. Sotto 15-30 Stefan sfoderò una volée di rovescio da pelle d'oca (30-30), seguita poi da un errore evitabile di dritto (sempre al volo, 30-40). Jim a quel punto aveva la palla per rientrare nel match.

Come sempre lo scandinavo optò per il serve & volley. Togliendosi letteralmente dai piedi la risposta dell'americano con una volée difensiva di rovescio, l’allora fresco vincitore del Roland Garros provò a scavalcare l’avversario con un lob bimane. Stefan salì letteralmente in cielo e con un colpo ibrido tra una volée alta e uno smash, angolò annullando la pericolosa palla break.

L’intero punto non fu solo bello esteticamente ma rappresentò uno spartiacque. Attaccante purissimo da una parte, ribattitore micidiale dall’altra. In quella partita Courier non fece più un game e fu il trionfo di Edberg ma erano gli ultimi bagliori. Dall'anno prossimo in poi Stefan non avrebbe più battuto Jim, perdendo perfino in semifinale a Wimbledon in quattro set. Il tennis muscolare ormai stava prendendo il sopravvento su tutte le superfici. Gli artisti della volée erano pronti per la pensione (estinzione).

Ora voglia scusarmi, ma ho promesso a Evonne (Golagong, ndr) di fare coppia con lei in un doppio tra amiche. Prima di andare ovviamente mi deve dire in piena sincerità cosa pensa della sottoscritta. Sarò breve e conciso. Ho iniziato a giocare a tennis perché volevo provare l'ebbrezza di colpire la palla come facevano Martina e Stefan, ma anche quando capii che non avrei più vinto un solo match, non smisi mai di andare a rete. La mia tattica è sempre stata una e unica: colpire al volo in sua compagnia. E so di non essere il solo a pensarla così. Arrivederci a presto, milady Volée.

US Open 1991 - Stefan Edberg vs. Jim Courier

lo svedese Stefan Edberg
l'americana Billy Jean King sull'erba di Wimbledon
l'americano Pete Sampras in tuffo sull'erba di Wimbledon
l'argentina Gabriela Sabatini
l'australiano Vitas Gerulaitis
lo svizzero Roger Federer

giovedì 23 ottobre 2014

Flavia Pennetta e il divino Fognini

Fabio Fognini e Flavia Pennetta
D'accordo che l'amore fa prendere cantonate ma definire il 2014 di Fognini “una stagione da dio” (Flavia Pennetta dixit), è al limite del ridicolo.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

Una vittoria nel mediocre ATP 250 di Vina del Mar superando in finale il numero 91 del mondo. Due finali perse nettamente sempre in tornei 250. Bocciato in tutti gli esami/sfide contro i top ten. Comportamenti talvolta irritanti e da maleducato. Un ottavo di finale perduto violentemente agli Australian Open è stato il massimo nelle prove del Grande Slam. Eliminazioni costanti al 1° turno. Questo è stato il 2014 tennistico di Fabio Fognini (n. 19 ATP).

Come la definireste un'annata in cui si centra la doppietta Indian Wells/Key Biscayne, si vince a Roma e per la seconda volta in carriera si conquista Wimbledon battendo in un'epica finale terminata al quinto set il re Roger Federer? Come si potrebbe appellare una stagione dove ancora una volta si è dimostrato di essere a un tale livello che solo in pochi riescono a battervi? Da dio, immagino. Peccato che tutto ciò riguardi il numero 1 del mondo Novak Djokovic, e non Fabio Fognini.

Sulle pagine del quotidiano Repubblica dell'edizione di martedì 21 ottobre, nell'articolo-intervista di Paolo Rossi, la tennista brindisina Flavia Pennetta, attuale compagna di Fabio, se n'è uscita con una dichiarazione che, non me ne voglia, è al limite del comico per non dire dolcemente bugiarda. “E vi sfugge una cosa” dice lei, “che la sua (di Fognini, ndr) è stata una stagione da dio, e i risultati sono lì a dirlo”.

È davvero così? Analizziamoli allora questi fatti divini.

Il 2014 di Fabio inizia con un ritiro sul cemento di Chennai, sotto 16 55 contro l'indiano Yuki Bhambri, attuale n. 179 del mondo. Si passa direttamente agli Australian Open dove supera i modesti Bogomolov Jr., Nieminen e Querrey prima di raccogliere appena cinque game contro Djokovic che lo strapazza con un inequivocabile 63 60 62.

Dopo la Coppa Davis (su cui scriverò a parte a fine articolo), si passa alla terra battuta cilena di Vina del Mar, torneo medio-basso ATP 250, dove il tennista italiano supera in sequenza Bedene (n. 109 ATP), Chardy (44), Almagro (18) e in finale l'argentino Leonardo Mayer (91). Una settimana dopo è di nuovo in finale, a Buenos Aires, ma davanti a lui non c'è un modesto giocatore ma qualcuno che sa colpire davvero, lo spagnolo David Ferrer che infatti s'impone senza troppo sudare 64 63.

Siamo appena a metà febbraio e di qui in poi, oltre a figure barbine con avversari sulla carta più deboli, l'italiano fallirà miseramente tutte le prove con quei giocatori che, se fosse davvero un campione, a 27 anni compiuti e nel pieno della cosiddetta "maturità tennistica", dovrebbe iniziare a battere. Non è andata esattamente così.

Le performance divine proseguono a Rio de Janeiro dove ai quarti di finale trova “cavallo pazzo” Dolgopolov che lo rimanda a casa con un doppio 61. Passano due settimane, e sul cemento americano di Indian Wells è ancora l'ucraino a sbarrargli la strada con un altrettanto secco 62 64. E per chiudere la stagione del cemento primaverile a Key Biscayne, ecco il doppio 62 patito al 3° turno per mano di Rafael Nadal.

Inizia la stagione sul rosso europeo, il contesto migliore per Fognini. Esaltato dal successo contro Murray in Coppa Davis, l'italiano si presenta ai blocchi di partenza come uno dei sicuri protagonisti. A Monte-Carlo però esce al 3° turno per mano di Jo-Wilfried Tsonga che vince in rimonta 57 63 60. A Barcellona esce subito causa ritiro dopo non aver vinto nemmeno un game (06 04) contro il numero 65 del mondo, il colombiano Santiago Giraldo.

A Monaco si trova dinnanzi tennisti di classifica a dir poco pessima, nonostante ciò non riesce nemmeno a vincere il torneo. Dopo aver superato Brown (86), Bellucci (122) e Struff (96), si fa superare in finale da Martin Klizan (n. 111) che s'impone 26 61 62. Si ritorna a giocare con atleti veri, ed è subito sconfitta. Dolgopolov lo supera per la 3° volta nel 2014 al 2° turno di Madrid (75 46 63). Un altro 2° turno a Roma, eliminato in due set dal ceco Rosol (n. 56), quindi al Roland Garros esce al terzo turno per mano del francese Gael Monfils che chiude 62 al quinto.

Il divino 2014 prosegue all'insegna della mediocrità. Due semifinali raggiunte in tornei ATP 250, Stoccarda e Umag, rispettivamente sconfitto da Bautista Augut (23) e Cuevas (60). Ad Amburgo rimedia appena quattro game dal serbo Krajinovic (149) che lo impallina 64 60. A Toronto esce al 2° turno in due set per mano di Kevin Anderson, mentre a Montreal vince appena un game nella sfida dei quarti dominata (61 60) dal possente Milos Raonic.

Ultime performance divine di Fabio gli US Open dove s'inchina nel 2° turno al francese Adrian Mannarino (n. 89) in tre set, quindi altri tre tornei e altrettante uscite al 1° turno. A Bejing lo elimina Gulbis 63 64, a Shanghai il n. 553 del mondo Chuhan Wang 76 64 (il tutto accompagnato dal celebre dito medio rivolto al pubblico dopo la sconfitta), e infine a Mosca il kazako Kukushkin (n.74) che lo elimina con un netto 64 62.

Una domanda: la giudichereste un'annata da dio?

Infine la Coppa Davis, competizione questa che ha perso ormai prestigio e viene giocata per la maggior parte da chi resta nelle retrovie del ranking con puntate dei campioni che a inizio o fine carriera vogliono conquistare l'insalatiera. Fognini è stato ripetutamente esaltato per aver battuto l'Argentina di Monaco (n. 40) e Berlocq (44), superati rispettivamente in tre e quatto set.

Il “capolavoro” però è avvenuto sul rosso di Napoli contro la Gran Bretagna. Dopo averla spuntata in quattro set contro il n. 161 James Ward, Fabio ha liquidato con autorevolezza l'allora detentore del titolo di Wimbledon, Andy Murray, piegandolo 63 63 64. Una vittoria importante questa, che poteva diventare un prezioso trampolino se letta con le giuste proporzioni.

Ma invece di rendersi conto che lo scozzese era da tempo a dieta stretta di terra battuta, superficie questa dove per altro si esprime peggio a differenza dell'italiano, il match è stato dipinto come se Fognini avesse vinto tutte e quattro le prove del Grande Slam. A soffiare in questa direzione di eccessivo trionfalismo (tipico del Belpaese), una stampa ignorante che già brindava a chissà quali sicuri successi di Fognini.

Il cammino azzurro in Coppa Davis si ferma in semifinale dove dall'altra parte della rete c'è la Svizzera di Federer e Wawrinka. Bolelli prende il posto di Seppi ma è naturale che tutta la pressione e le minime speranze di qualificazione siano riposte in quello che "dovrebbe essere" il miglior alfiere italiano, Fabio Fognini. E lui, puntuale come un orologio elvetico, fa il suo dovere raccogliendo zero set in due partite.

Una stagione mediocre per Fabio Fognini quella del 2014, e i risultati sono qui a dirlo.

la tennista italiana Flavia Pennetta
il tennista italiano Fabio Fognini
Fabio Fognini e Flavia Pennetta

lunedì 20 ottobre 2014

John, cresci un po'

Milano, l'ennesima ed esagerata sfuriata di John McEnroe © Jacopo Barsotti
Nella tappa italiana del Champions Tour, il formidabile John McEnroe incanta il pubblico con i suoi colpi ma le sue scenate puzzano di patetica recita.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

John McEnroe è il tennis. La sua classe e il suo istinto sono componenti che non si sono mai più viste in alcun mortale abbia preso in mano una racchetta (per ora). Le sue epiche battaglie contro Borg e Lendl hanno fatto la storia di questo sport. Il suo caratteraccio poi, lo ha reso ancor più immortale. C'è un'età però in cui “forse” si potrebbe anche smettere con certe intemperanze, senza per questo peccare di carisma o carattere.

Il carrozzone dell'ATP Champions Tour ha fatto tappa a Genova a Milano con la cosidetta Grande Sfida. In Italia sono sbarcati gli ex-campioni John McEnroe, Goran Ivanisevic, Michael Chang e Ivan Lendl. A vincere è stato il giocatore più in forma. Il solo che sappia ancora colpire con la potenza di un tempo. L'unico a non sembrare un giocatore di un'altra  epoca. In due parole, Goran Ivanisevic, oggi coach del connazionale Marin Cilic. Il mancino croato ha prima regolato Mac 62 76, quindi in finale Lendl con un doppio 64.

A dispetto di un tennis complessivo non particolarmente entusiasmante, chi ha fatto più parlare di sé è stato John McEnroe, ancora alle prese con scenate degne del più aitante e presuntuoso ragazzino. John ha 55 anni. Le sue sfuriate contro gli arbitri sono note a chiunque, ma se la tensione di una finale di Wimbledon può giocare brutti scherzi, non è credibile che anche in una sfida a ritmi più blandi del Champions Tour emergano certi comportamenti. E adesso lo so, che molti di voi diranno che lui è così per davvero ma la testa può comunque pensare e far agire in modo diverso.

Cosa assai spiacevole poi è sentire le giustificazioni di tutti gli addetti ai lavori, e questo solo per una ragione. Lui ha vinto e vince ancora. Ma gli altri? Seguendo la tradizione di neuro-Canè, l'attuale numero uno del tennis italiano Fabio Fognini, n. 19 ATP, ne combina una dopo l'altra. Potrebbe fare di più. Potrebbe essere un top ten ma la sua testa e i suoi nervi gli precludono risultati degni di un vero campione. Al recente torneo di Shanghai, dopo essere stato eliminato al 1° turno da Chuhan Wang, numero 553 del mondo, Fabio è uscito mostrando il dito medio al pubblico.

Il tennista italiano è stato a ragione indicato come cattivo esempio. Difficile credere che ci sarebbe stato lo stesso trattamento se una scenata simile l'avesse fatta Mr John McEnroe, uno dei pochissimi tennisti a essere stato numero 1 del mondo in singolare e doppio. A John si perdona tutto solo perché è stato uno dei più grandi della storia del tennis, se non il più grande. Alla stragrande maggioranza del pubblico e media, le sue urla fanno ridere. Per altri, oggi sono un po' patetiche.

L'indomani della sfida per il 3° e 4° posto vinta contro il sempre bravo e umile Chang, il mancino americano è stato ospite alla trasmissione Che tempo che fa, condotta da Fabio Fazio, dopo che nei mesi scorsi aveva ospitato Andre Agassi e Novak Djojovic. Non voglio entrare troppo nel merito delle domande postegli, banali e con poca sostanza, ma quello che ho trovato nauseante è stato il veder trattare Mac come un bambino viziato che si ha paura a farlo arrabbiare se no comincia a urlare per lo studio.

Nel corso della trasmissione John ha anche rimarcato come ai suoi tempi ci fosse più personalità, ed ha auspicato che il tennis assomigli più al calcio. È evidente che Super Mac s'intenda molto poco di pallone perché se sapesse il livello di marciume nonché di scorrettezza costante che fomenta il suddetto, forse ci penserebbe due volte prima di azzardare simili eresie.

Guardare una partita tra Federer e Djokovic non è paragonabile ad aver visto John affrontare Connors. È indubbio che questi ultimi fossero due indiavolati. Lottavano con un furore agonistico capace di sfociare anche in maleducazione estrema. Roger e Novak al confronto sembrano due nobili degli anni '20. Non sono però da meno né come uomini né come campioni. Ed è forse grazie anche al loro impeccabile comportamento in campo che il tennis è ancora uno sport degno di questo nome.

Una delle sfuriate più celebri di John McEnroe

Milano, Ivan Lendl e Goran Ivanisevic © Jacopo Barsotti
Milano, la classe infinita di John McEnroe © Jacopo Barsotti

lunedì 6 ottobre 2014

Italy Champions Tour, la grande sfida

La Grande Sfida
Venerdì 17 e sabato 18 ottobre l'ATP Champions Tour sbarca in Italia con gl'immortali John McEnroe, Ivan Lendl, Michael Chang e Goran Ivanisevic.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter - web writer

L'imprevedibilità aerea di Super Mac. I passanti in corso della sfinge (ex-)cecoslovacca. La follia esplosiva degli ace di cavallo pazzo. La tenuta mentale del piccolo grande Michael. C'è aria di grande tennis a Genova e Milano. Venerdì 17  e sabato 18 ottobre l'ATP Champions Tour sbarca nel Belpaese con La grande sfida, mettendo di fronte quattro grandi leggende della racchetta: John McEnroe, Michael Chang, Goran Ivanisevic e Ivan Lendl.

Ai tempi del primo successo sull'erba di Wimbledon, Mac usava ancora una racchetta di legno. Lendl fu il primo campione costruito sul fattore atletico. Ivanisevic diede il via alla strada (deragliata) dello strapotere del servizio. Chang ci ha lasciato in eredità, oltre alla banane rinvigorenti, la convinzione che aldilà dei materiali moderni la tenacia possa ancora far la differenza.

Quattro grandi campioni l'un contro l'altro. Se dei 17 titoli del Grande Slam in campo, 15 se li spartiscono gli ex-numeri 1 Lendl e McEnroe, le singole conquiste degli “altri due”, il Roland Garros di Chang nel 1989 e Wimbledon di Ivanisevic nel 2001 furono alla stregua di autentiche imprese leggendarie.

Il primo s'impose sulla terra parigina ad appena diciassettenne anni battendo Lendl in un epico match di ottavi di finale, quindi spegnendo in finale le velleità del maestro di volo Edberg. Ivanisevic al contrario, ormai a fine carriera ed entrato nel tabellone principale solo grazie a una wild card, diede vita a una impensabile cavalcata che si concluse trionfale dopo cinque set di finale contro l'australiano Pat Rafter.

I sorteggi delle semifinali genovesi hanno messo l'uno di fronte all'altro John McEnroe e Goran Ivanisevic, quindi Ivan Lendl e Michael Chang. Nel corso della loro carriera nel circuito ATP i due mancini hanno incrociato la racchetta in sei occasioni, primo dei quali la finale sul cemento del torneo di Basilea nel 1990. Ad avere la meglio fu il più navigato Mac, ma non senza sudare, anzi. L'americano fu costretto a una faticosa rimonta sotto di due set a zero (67 46), chiudendo 76 63 64.

Goran ebbe modo di rifarsi vincendo i tre confronti successivi sempre in due set, a cominciare proprio dallo stesso anno sull'indoor di Stoccolma dove s'impose agli ottavi di finale con un doppio 64. Nel 1991 invece lo elimina prima ai quarti di New Haven (64 62), poi al 3° turno di Parigi (64 64). John si prende la sospirata rivincita nel '92, quando al 3° turno di Miami (Key Biscayne) batte Ivanisevic 57 75 75. Ultima sfida tra i due, i quarti di finale della Grand Slam Cup di Monaco del '92, dove il croato vince 36 64 62.

La seconda sfida è quanto di più “romantico” ci possa essere nel tennis. Lendl e Chang si sono incontrati sette volte, cinque delle quali (ATP Finals, Cincinnati, New Haven, Long Island e Tokyo indoor) vinte da Ivan sempre per due set a zero. “Il problema” per l'ex-numero 1 del mondo fu che le due uniche sconfitte avvennero nelle partite più importanti, a cominciare da quel'incredibile ottavo di finale del Roland Garros '89.

Lo sconosciuto diciassettenne Michael fu capace di rimontare un doppio passivo di 64, rialzandosi dai crampi e imponendosi con un triplice 63. E se la lezione non fosse bastata, due anni dopo sull'indoor teutonico della Grand Slam Cup, Chang si ritrovò nella medesima situazione di due set sotto (26 46) ma ancora una volta ebbe la forza di riprendere le redini del gioco, annullare un match-point grazie a un passante su una non troppo convinta discesa a rete di Lendl, e chiudere la partita per 64 76 97.

È inutile negarlo. Tutti gli appassionati di tennis vorrebbero vedere la finale tra Ivan e John. Le loro sfide. Il loro reciproco non sopportarsi così veritieramente politically non-correct ha segnato un'epoca. La prima metà degli anni Ottanta è stata una loro competenza. Ivan, re del rosso. Mac, signore incontrastato del verde. Se le sono date a vicenda. Volee da una parte, passanti dall'altra. Senza esclusione di colpi, e lingua. Un'altra epoca. Un altro tennis.

Lendl vs. McEnroe, Forest Hills 1984

il mancino americano John McEnroe in azione nell'ATP Champions Tour
il mancino croato Goran Ivanisevic in azione nell'ATP Champions Tour
l'americano Michael Chang 
il naturalizzato americano Ivan Lendl in azione nell'ATP Champions Tour